28 gennaio, 2007

Il premier ha la testa più dura di Zidane

DA LA REPUBBLICA ONLINE

di EUGENIO SCALFARI

IO LO CONOSCO da trent'anni Romano Prodi. Credo d'averne capito i pregi e i difetti e soprattutto so che è una testa dura, durissima. Lo si capisce anche fisicamente dalla forma: sembra un ferro da stiro o il muso d'un'escavatrice. Perciò non sono stato d'accordo con chi negli scorsi mesi temeva o sperava (secondo le diverse simpatie) che il presidente del Consiglio versasse in uno stato d'incertezza, fosse incapace di decidere alcunché e si fosse rassegnato a galleggiare come un re-Travicello lasciando la barca al furore delle onde, senza timoniere e addirittura senza timone. Di Prodi (scrissi ripetutamente) si può pensare, dire e scrivere il peggio tranne che si acconci a galleggiare. La Finanziaria è opera di Padoa-Schioppa e sua. E' piaciuta a pochi ed è dispiaciuta a moltissimi ma ha avuto sicuramente un pregio: ha riportato in linea i conti della finanza pubblica rispetto ad una situazione difficilissima. Ormai ne abbiamo la prova definitiva dalle dichiarazioni della Commissione di Bruxelles, della Banca centrale europea e delle giustamente sospettose agenzie internazionali di "rating". Anche il primo e ancora incompleto accordo tra il governo e i sindacati sull'efficienza da raggiungere nella pubblica amministrazione è opera di Padoa-Schioppa e sua.
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E poi la soluzione, affidata a Padoa-Schioppa, del problema della rete Snam Gas, che ha subito una battuta d'arresto nell'ultimo Consiglio dei ministri ma che dovrebbe tornare a palazzo Chigi entro i prossimi quindici giorni. Qui parlare di topolino sarebbe decisamente azzardato. Prodi ha invitato Berlusconi a portare in Parlamento le sue proposte di ulteriori liberalizzazioni ed ha prefigurato una commissione bilaterale "ad hoc". Finora ha ricevuto solo sprezzanti dinieghi ma sarà questa volta assai difficile per il centrodestra trincerarsi dietro cortine di fumo. Si dicono liberali e liberisti della prima ora; hanno governato per cinque anni senza fare un solo passo avanti in quella direzione; in più hanno infitta nel fianco la spina Casini che, soprattutto su un tema di questo genere, diverrà sempre più acuminata. Sembra perciò estremamente difficile che i berlusconiani si attestino sulla linea del "niet".
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L'irizzazione che sarebbe in corso per raggruppare in un'unica mano la proprietà delle tre grandi reti nazionali: quella elettrica (Terna), quella metanifera (Snam Gas) e quella telefonica (Telecom Rete Italia). Giavazzi chiama quest'operazione capitalismo di Stato, la deplora senza se e senza ma e scioglie ancora una volta l'osanna al mercato, luogo di salvezza e di guarigione di tutti i mali (come le acque di Lourdes). Personalmente sono anch'io - nel mio piccolo non bocconiano - un fautore del libero mercato senza però attribuirgli quelle virtù taumaturgiche che altri gli riconoscono. Ho sempre pensato che il mercato sia una costruzione artificiale che sta in piedi solo se i pubblici poteri ne difendono con apposite regole e apposite istituzioni le deboli virtù concorrenziali e ne contrastino invece le fortissime tentazioni oligopolistiche e monopoloidi che gli sono connaturali. Ho appreso a suo tempo dalla sapienza di Luigi Einaudi che quando ci si trova di fronte ad una forma di quasi-monopolio tecnico è meglio affidarne l'esercizio al potere pubblico che lasciarlo in mani private. E proprio per questa ragione fui tra quelli che nel 1962-63 (Giavazzi, beato lui, era ancora bambino a quell'epoca) si schierarono per la nazionalizzazione dell'industria elettrica.
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Ma se c'è un settore che forse meriterebbe di restare in mano pubblica, questo è la rete che è un servizio pubblico propriamente detto, cioè una struttura di trasporto aperta alle richieste dei produttori di energia in concorrenza tra loro. Di rete ce n'è una. O la si dà in concessione ad un privato (possibilmente attraverso una gara pubblica) o si affida einaudianamente alla mano pubblica. Il concessionario privato non è un'opera pia; vorrà trarre profitto dall'esercizio della rete; la mano pubblica invece può (secondo me deve) gestire un esercizio "no profit". E semmai un profitto ci fosse, al netto del necessario autofinanziamento per gli investimenti, dovrebbe riversarlo al Tesoro. Lo stesso ragionamento si può logicamente estendere alla rete metanifera della Snam e a quella telefonica di Telecom. Giavazzi avrà certo buoni argomenti per contrastare questa mia opinione. So che chiedo troppo, ma se avesse la cortesia di esporli pubblicamente sarebbe utile per una più completa informazione dell'opinione pubblica. Faccio un'ultima osservazione. Sulla rete ferroviaria (altro esempio di monopolio tecnico) transitano anche treni privati. E' lecito supporre che gli utenti chiederanno di poter transitare i loro convogli sulle tratte più redditizie; per esempio la Roma-Milano, la Roma-Torino, la Roma-Brennero, la Roma-Napoli-Palermo e poche altre ancora. Ma il servizio pubblico ferroviario, come del resto quello elettrico, quello telefonico e quello metanifero, hanno l'obbligo di servire anche i cittadini residenti in località isolate, almeno fin dove sia possibile. Non ce lo vedo un Della Valle o chiunque sia che voglia servire con i suoi convogli la tratta Sibari-Metaponto o Potenza-Campobasso o L'Aquila-Ascoli Piceno. Ne deduco che le Ferrovie dovrebbero gestire le tratte redditizie in concorrenza e le tratte meno appetibili solitariamente. E' un buon sistema? Non andremo ad aumentare quella disuguaglianza di qualità che già c'è e che risulterebbe ancor più evidente? I miei dubbi saranno probabilmente infondati, ma volete per cortesia controbatterli? Grazie se lo farete.

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