22 luglio, 2006

C'E' DEL MARCIO IN DANIMARCA?

DA REPUBBLICA aggiornamenti del 23/07

DALLA REPUBBLICA
Napoli, si è gettato da un cavalcavia. 42 anni, guidava
la sezione della sicurezza del gruppo. Aveva lavorato nella Digos
Si suicida Bove, dirigente Telecom
Era indagato per spionaggio
La procura indaga per "istigazione al suicidio"


NAPOLI - Si è suicidato Adamo Bove, 42 anni, ex poliziotto e responsabile della security governance di Telecom Italia. Intorno alle ore 12, il dirigente ha parcheggiato l'auto a lato della strada e si è gettato dal cavalcavia di via Cilea, nel quartiere del Vomero, a Napoli. Dopo un volo di una ventina di metri, si è schiantando su una carreggiata della tangenziale ed è morto sul colpo.

Da quanto si è appreso, il dirigente era indagato per violazione della privacy per aver "spiato" alcune persone attraverso una rete informatica e, secondo alcune indiscrezioni, il suo nome sarebbe anche emerso nel corso degli accertamenti legati all'inchiesta romana sul "Laziogate".

Secondo i familiari, Bove non avrebbe mai manifestato intenti suicidi. Non sono nemmeno stati trovati messaggi scritti lasciati ai parenti o agli amici. Gli investigatori hanno tuttavia rivelato che, per alcuni membri della famiglia, ultimamente appariva preoccupato di essere coinvolto in delicate vicende giudiziarie.

Gli inquirenti hanno aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. "E' una prassi in questi casi" ha spiegato una fonte interna alla procura. In ambienti giudiziari si sottolinea però che questa iniziativa sarebbe stata presa anche perché il nome di Bove sarebbe spuntato nel corso di accertamenti collegati ad inchieste giudiziarie relative allo spionaggio.

Quarantadue anni, laureato in Giurisprudenza all'universita La Sapienza di Roma, Adamo Bove svolgeva la funzione di responsabile della Funzione Security governance, nell'ambito dell'Unità di servizio security del gruppo Telecom.

Dal 1995 al 1998 aveva svolto la sua carriera nelle forze dell'ordine, ricoprendo il ruolo di commissario capo nella polizia. Dal novembre del 1998 fino a febbraio del 2000 aveva lavorato nella direzione generale di Telecom Italia, con incarichi di Security management a livello nazionale. Dopo la fusione Tim-Telecom, nell'autunno del 2005, era diventato responsabile della Security governance, nell'ambito dell'Unità di servizio security, occupandosi principalmente degli aspetti legati alla protezione civile e dell'antifrode.

Bove lavorava nello stesso settore dell'azienda del quale è stato a lungo responsabile Giuliano Tavaroli, il cui nome è emerso più volte negli accertamenti della procura di Milano nell'inchiesta sulle intercettazioni telefoniche non autorizzate. Tali accertamenti, tra l'altro, si sono spesso incrociati con quelli relativi al caso Abu Omar. Tavaroli è stato legato da lunga amicizia con Marco Mancini, uno degli 007 del Sismi indagati per il sequestro dell'ex imam di Milano rapito dalla Cia.

DAL CORRIERE DELLA SERA



Il caso dei dossier, paura di essere indagato
MILANO — A tutti gli amici, in azienda e nella polizia, confidava che aveva paura di finire sotto accusa, di ritrovarsi ingiustamente indagato per il solo fatto di rivestire quella carica. Ma i pm milanesi titolari dell'inchiesta sul caso Tavaroli ieri lo hanno negato ufficialmente: «Adamo Bove non era un nostro indagato - ha dichiarato, smentendo tutte le voci contrarie, uno dei magistrati che guidano l'istruttoria e ne conoscono ogni dettaglio —. Per quanto ne sappiamo, il suicidio non dovrebbe avere nulla a che vedere con i risultati oggettivi della nostra indagine. Mi pare che non abbia mai ricevuto neppure un invito a presentarsi come semplice testimone». Adamo Bove, 43 anni, il manager dei telefonini che si è ucciso ieri a Napoli gettandosi da un ponte, secondo gli inquirenti era in realtà dall'altra parte della barricata giudiziaria rispetto a Giuliano Tavaroli, l'ex capo della sicurezza di Pirelli e Telecom, che dal 2005 è indagato dalla procura di Milano per associazione a delinquere finalizzata alla violazione del segreto istruttorio.
Lui, l'ex carabiniere Tavaroli, è sospettato di aver stretto un'alleanza con Emanuele Cipriani, un investigatore privato suo vecchio amico, con il presunto obiettivo di fare soldi spiando illecitamente ignari cittadini. Un troncone della stessa inchiesta, in marzo, portò al cosiddetto «Laziogate»: l'arresto di altri investigatori (legati a Cipriani) che nel 2005 spiarono, per conto dello staff di Francesco Storace, i suoi rivali politici Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini. Bove invece non era indagato: la Procura, al contrario, aveva raccolto proprio dal suo ufficio le prime conferme sulle falle nei sistemi di sicurezza del gruppo Telecom, dove il manager era entrato nel 1998, dopo una brillante carriera nella polizia. Promosso nel 2003 capo della security di Tim, dopo la fusione del 2005 è diventato uno dei dirigenti della sicurezza di tutto il gruppo: «responsabile della funzione security governance» di Telecom. Nella polizia, che ha lasciato dopo essersi conquistato la promozione a commissario capo, Adamo Bove si era costruito una fama di «mago delle nuove tecnologie». Anche in Telecom ha saputo guadagnarsi la stima di colleghi e superiori, tanto che fino al settembre 2005 lavorava alle dirette dipendenze del top manager, Marco De Benedetti.
Anche il fratello di Adamo Bove è dirigente Telecom: è il responsabile dell'ufficio legale, che appunto dopo l'inchiesta su Tavaroli è tornato ad essere l'unico centro di gestione delle intercettazioni (legali) richieste dalla magistratura. Proprio questo ruolo lo aveva investito del delicatissimo problema dei controlli anti-abusi. Dopo un'ispezione ordinata dal Garante della privacy, il gruppo Telecom aveva affidato proprio all'ufficio di Bove le verifiche interne che hanno portato a scoprire, secondo un'inchiesta giornalistica dell'Espresso, «l'esistenza di sistemi ad hoc per scaricare tabulati di traffico telefonico senza lasciare tracce». Proprio l'identificazione di questa «falla» nei sistemi di sicurezza, che poteva permettere a un ristretto gruppo di dipendenti di controllare i numeri chiamati dall'utente senza farsi identificare, ha convinto il gruppo a ordinare un più approfondito «auditing», dopo il quale la stessa Telecom ha presentato un esposto alla Procura. Cipriani e gli altri investigatori indagati, secondo l'accusa, spiavano abusivamente le loro vittime corrompendo le forze dell'ordine.
L'inchiesta sul sequestro di Abu Omar, che ha coinvolto il Sismi, ha però portato i pm ad acquisire anche testimonianze indirette su un presunto traffico di tabulati telefonici: Tavaroli, stando a queste deposizioni, li avrebbe passati al suo grande amico nel Sismi, Marco Mancini, arrestato il 5 luglio per aver aiutato la Cia a rapire a Milano l'imam Abu Omar. Intervistato da Repubblica, lo stesso Cipriani (terzo lato del triangolo di carriere con Mancini e Tavaroli) aveva inserito Adamo Bove tra i «nemici» dei presunti spioni telefonici. Pur confermando di sapere che in Italia è esistito «un florido mercato dei tabulati telefonici», Cipriani ha negato che Tavaroli gliene avesse «mai forniti». «Anzi, nel 2003 mi chiese di fare da esca per stroncare quel mercato - ha affermato l'investigatore — di chiedere in giro e comprare tabulati, per smascherare i dipendenti infedeli che ne facevano commercio. E il progetto era appoggiato anche da Adamo Bove, allora uomo della sicurezza Tim». Ora sono proprio i suoi ex colleghi della Digos a continuare la caccia agli 007 «spioni nemici».
P.B.
22 luglio 2006

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