ABBIAMO DECISO DI APRIRE QUESTO SPAZIO PER POTER DISCUTERE DEI PROBLEMI E DELL'ORGANIZZAZIONE DEI TECNICI TELECOM CHE OPERANO IN OPEN ACCESS, QUESTO VUOLE ESSERE UN LUOGO DI DISCUSSIONE E CONDIVISIONE DELLA NOSTRA ATTIVITA'.
"Avere un problema e cercare di risolverlo da soli è avarizia, accorgersi che il mio problema è anche di altri e cercare di risolverlo insieme, questo è politica" DON MILANI
02 febbraio, 2010
DE', METTETEVI DACCORDO PRIMA....
“In merito alle presunte rivelazioni di Repubblica che individuano palazzo Chigi coinvolto nella vicenda Telecom, la presidenza del Consiglio smentisce nella maniera più totale: nessun incontro, nessun contatto, nessun paletto come riferito nell’articolo”.
Telecom: Galateri, Prossima Settimana Incontri Con Scajola - Yahoo! Finanza.
(ASCA) - Pordenone, 1 feb - ''Gli incontri con il ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola, sono previsti nella prossima settimana''. Lo ha precisato il presidente di Telecom Italia (Milano: TIT.MI - notizie) , Gabriele Galateri di Genola, rispondendo ai giornalisti a margine di un convegno a Pordenone. ''Discuteremo diversi temi di Telecom - si e' limitato a precisare Galateri - compresi quelli strategici''.
thanks to stefano
29 gennaio, 2010
GOVERNO ALL’ATTACCO
I l governo continua a volere la botte piena e la moglie ubriaca. Lo ha ribadito ieri Paolo Romani, viceministro con delega alle telecomunicazioni e a tenere sotto pressione l’ad di Telecom Franco Bernabé. Romani dice che se Telecom dovesse fondersi con la spagnola Telefònica (oggi azionista della holding Telco che controlla Telecom), la rete resterà sotto il controllo italiano. Davvero il governo pensa che gli spagnoli saranno così sprovveduti da comprarsi Telecom senza il suo asset principale, l’infrastruttura di cui ha il (quasi) monopolio? Sarebbe come provare a vendere a qualcuno un’auto tenendosi però il motore e il diritto di decidere quando deve essere acceso. “la rete non sarà espropriata”. dice Romani. Intanto, però, il governo espropria Bernabé del suo diritto a decidere le sorti di un’azienda quotata in Borsa.
25 gennaio, 2010
QUESTA E' UFFICIALE VIENE DA UN SITO LEGATO AL GOVERNO
L'impegno del Pdl per lo sviluppo della banda larga
di Andrea Camaiora
camaiora@ragionpolitica.it
sabato 23 gennaio 2010
Una forza politica è anche una forza di governo quando, al medesimo tempo, esprime uomini delle istituzioni, capacità programmatica e relazione con il tessuto sociale o produttivo al quale intende rivolgersi. Venerdì, a Roma, Fabrizio Cicchitto ha mostrato come si può far percepire tutta la forza di un partito di governo. Lo ha fatto mettendo insieme il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, il presidente della IX Commissione della Camera, Mario Valducci, il viceministro Paolo Romani, il responsabile del settore attività produttive del Pdl, Pierluigi Borghini, e gli amministratori delegati di Telecom Italia, Fastweb, Vodafone, Wind, oltre ai rappresentanti di Mediaset e Anie. La fondazione Rel - Riformismo & Libertà - ha così inaugurato la propria attività con un convegno assai partecipato nel cuore della Capitale, a poche centinaia di metri dalla storica sede dei socialisti lombardiani di cui Cicchitto è stato un esponente di punta.
Il capogruppo Pdl a Montecitorio ha commentato «la prospettiva di una possibile fusione tra Telecom Italia e la spagnola Telefonica», sottolineando il rischio di un impatto negativo sugli investimenti in Italia. «Cosa possiamo aspettarci da questa fusione? Il rischio che noi vediamo - ha detto Cicchitto - è che da questa fusione possa esservi un interesse soprattutto alla gestione di cassa, non avendo la possibilità di trovare la crescita. Quindi c'è il rischio di vedere una riduzione degli investimenti in Italia. Ecco: questo rischio va scongiurato». Per Cicchitto il rischio di un freno agli investimenti in Italia deriva dal fatto che «se tale fusione avvenisse, sarebbe il primo caso in Europa di una fusione tra due ex monopolisti», quindi di due operatori che «non hanno capacità-possibilità di crescere sul mercato interno». Per l'esponente del Pdl «più che i temi di italianità della rete, la cosa più grave sarebbe quella di vedere il nostro paese arretrare per via di un mancato interesse, ma non perché non sono italiani, non per motivi di nazionalismo, ma per motivi strategici aziendali».
Poi è stato il turno del ministro Scajola, che è entrato nel vivo dell'argomento, lo sviluppo della banda larga in Italia, coerentemente con il titolo del convegno: «Banda larga. Costruiamo l'autostrada della conoscenza». Il ministro ligure ha immediatamente sottolineato come «uno dei molti meriti del nostro governo è stato quello di aver portato la banda larga al centro del dibattito sulle infrastrutture strategiche del paese. Oggi - ha proseguito Scajola - la banda larga è da tutti considerata un fattore determinante per lo sviluppo economico dell'Italia. Agli inizi degli anni Novanta eravamo, infatti, all'avanguardia in Europa, mentre i più recenti dati della Commissione Europea ci collocano oggi solo al 17° posto nella graduatoria dei paesi europei. Negare all'Italia un'infrastruttura di rete innovativa, che raggiunga capillarmente l'intero paese, significherebbe tagliarci fuori dal futuro. Questo riguarda tutti gli italiani: non solo gli 8 milioni penalizzati dal digital divide. Se non siamo tutti connessi, nessuno di noi potrà godere appieno dei vantaggi propri dell'economia della Rete».
Il ministro ha quindi fatto esplicito riferimento al peso geopolitico della nazione, mettendolo in relazione con la competitività delle imprese, con il sostegno alla vetrina virtuale del «made in Italy» e infine con il rischio reale di penalizzazione delle giovani generazioni. Per tutte queste ragioni, l'esecutivo ha varato «Italia a 20 megabit», il piano del ministero dello Sviluppo Economico per superare il digital divide. «Il Piano per la banda larga - ha spiegato Scajola - è già operativo in collaborazione proficua con le Regioni e gli Enti locali. Nel 2009 abbiamo siglato accordi con 7 Regioni e prossimamente diventeranno operative le collaborazioni con quasi tutte le altre. Un importante risultato del Piano è stato anche quello di coordinare tutti gli interventi sul territorio, che sino alla nostra azione sono stati condotti in modo autonomo e scollegato da amministrazioni pubbliche e operatori, con sovrapposizioni, duplicazioni e, quindi, dispersione di risorse. Abbiamo pertanto indirizzato al Piano tutti i fondi reperibili: oltre 130 milioni di euro nel 2009, tra fondi statali e regionali, già messi a gara e assegnati. Nel 2010 impegneremo ulteriori 200 milioni di euro - già disponibili - e forse anche risorse aggiuntive. Con questo Piano non elimineremo solo il digital divide: aggiorneremo la Rete, garantendo al 96% degli italiani una capacità di banda sino a 20 megabit e al restante 4% una connettività senza fili più modesta, ma che assicurerà comunque una connessione di almeno 2 megabit».
Scajola ha proseguito il suo intervento affermando: «Sappiamo bene che tra dieci anni, con gli attuali tassi di sviluppo nell'utilizzo della Rete, servirà una velocità di banda ancora più elevata, molto più elevata, che potrà essere garantita solo dalla fibra ottica. La fibra sarà necessaria entro i prossimi dieci anni per il 40-50% della popolazione, concentrata nei centri urbani e nei distretti industriali. È lì, dunque, che dobbiamo arrivare, senza ritardi! Solo lo 0,5% delle nostre connessioni dispone della fibra ottica, contro il 7% della Svezia, che è prima in Europa per numero di accessi, il 15% della Corea, il 12% del Giappone e il 4% degli Stati Uniti. Per l'Italia si pone un problema di natura industriale. Oggi, anche per effetto della crisi economica, il settore delle telecomunicazioni non sembra avere le capacità d'investimento necessarie per realizzare da solo un progetto così ambizioso. Abbiamo intenzione di promuovere uno strumento - che potrebbe assumere la forma di una società ad hoc per la Rete in fibra - in grado di coinvolgere il maggior numero di operatori del settore. Una società della Rete in fibra, che potrà svolgere un ruolo da protagonista nella costruzione dell'infrastruttura evoluta di Tlc di cui il paese ha bisogno. Coinvolgeremo tutti gli operatori, a partire da Telecom, e le istituzioni, in particolare l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni». Dopo tante polemiche il Pdl offre una soluzione concreta allo sviluppo della banda larga lungo la Penisola.
RAGION POLITICA .it
23 gennaio, 2010
ASSEDIO A TELECOM IL GOVERNO LANCIA L’A S S A L T O FINALE ALL’AD FRANCO BERNABÈ

di Stefano Feltri
L’ultimatum del governo a Franco Bernabé, l’amministratore delegato di Telecom, adesso ha anche
una data di scadenza:“Dopo le regionali serviranno soluzioni forti su questi temi”, dice Mario Valducci, Pdl, presidente della Commissione trasporti della camera e tra i più attivi della maggioranza su Telecom Italia. I “temi” sono quelli che vedono il governo e Bernabé su due posizioni opposte e inconciliabili: uno vuole subito una nuova e costosa infrastruttura, la rete di banda larga, l’altro dice che è inutile (e che comunque non vuole essere lui a pagarla). La divergenza era nota da tempo, ma ieri si è tenuto a Roma un convegno promosso dai piccoli azionisti Telecom e dalla fondazione Rel che fa capo a Fabrizio Cicchitto – che si inserisce in un contesto dove la velocità del cambiamento sta accelerando.
IL CONVEGNO. Il governo non poteva essere più esplicito. In una sala affollata da tutti i dirigenti del settore, da Fastweb a Vodafone, ha fatto capire cosa si aspetta da Telecom. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, dice che la rete in fibra ottica costa 8-10 miliardi di euro (le stime di Bernabé sono sempre state superiori), che ci sarà un “incentivo statale” di cui si sta discutendo per favorire l’accesso a Internet e creare quindi le condizioni di domanda che giustifica l’investimento, che al Paese serve una sola rete “di nuova generazione” che dovrà essere costruita da Telecom insieme ad altri soggetti (tra cui Mediaset, molto interessata a evitare che la tivù via web insidi il nuovo equilibrio che la vede in una posizione di forza nel mercato digitale). “Telecom dovrà cedere quote della propria rete”, dice Cicchitto, anche alla Cassa depositi e prestiti, emanazione del ministero del Tesoro.
Il rientro dall’investimento si otterrà “in otto-dieci anni”. Se Bernabé non ci sta, sembra essere il sottinteso, può andarsene.
Anche il ministro allo Sviluppo, Claudio Scajola, spiega che si arriverà a “una società ad hoc per la rete in fibra ”, in cui Telecom avrà un ruolo ma non sarà più la sola ad avere il controllo dell’infrastruttura. Scajola dice che dovrà essere coinvolta anche l’Agcom, l’autorità garante per le telecomunicazioni, che però non è stata invitata al convegno (manca anche l’Antitrust).
LA DIFESA. Bernabé replica che lui risponde soltanto agli azionisti: “Noi andiamo avanti con il nostro piano industriale”. Secondo l’amministratore delegato, in Italia non c’è bisogno di una rete in fibra ottica costruita ex novo – “le regioni che l’hanno costruita ora non sanno bene che farsene” ma di una combinazione tra potenziamento di quella attuale in rame con innesti, dove serve, di fibra ottica.
Il senso della sua opposizione al progetto del governo è questo: la banda larga (o ultralarga, come si dice ora), serve quasi soltanto per scericare in fretta i file video. E visto che la grande maggioranza l’amministratore delegato, in Italia non c’è bisogno di una rete in fibra ottica costruita ex novo – “le regioni che l’hanno costruita ora non sanno bene che farsene” – ma di una combinazione tra potenziamento di quella attuale in rame con innesti, dove serve, di fibra ottica.
Il senso della sua opposizione al progetto del governo è questo: la banda larga (o ultralarga, come si dice ora), serve quasi soltanto per scaricare in fretta i file video. E visto che la grande maggioranza dei video viene scaricata in modo illegale, senza ritorni economici per chi offre la connessione, non c’è alcuna ragione commerciale per costruire la nuova infrastruttura.
Anche perché Cicchitto ha messo in chiaro che la banda larga non sarà sviluppata con soldi pubblici – il governo si limiterà a incentivi mirati e occasionali – ma con quelli di Telecom e dei suoi concorrenti o produttori di contenuti, come Mediaset (che infatti era presente al convegno). Chi segue da vicino questi dossier, poi, non manca di notare come l’attacco governativo a Bernabé arriva proprio nel momento in cui Mediaset inizia a blindare i contenuti che ha on-line, mentre la direttiva europea “Televisione senza frontiere ” è stata recepita nel modo più restrittivo per Internet (dirette via web sottoposte ad autorizzazione ministeriale, obbligo di rettifica per quello che viene detto da web tv e web tg).
LA PROPRIETÀ. Mentre lo scontro sulle strategie industriali cresce, la situazione dell’assetto proprietario di Telecom è sempre più confusa. La società è controllata dalla holding Telco, i cui azionisti principali sono l’azienda spagnola Telefònica e tre soci finanziari italiani, Mediobanca, le Assicurazioni Generali e Intesa Sanpaolo.
Da settimane circola l’ipotesi che Telco e Telefonica siano pronte a fondersi, con i soci italiani che uscirebbero dall’investimento (bisognerebbe però decidere prima cosa fare della rete). Ieri Cicchitto ha detto che questa opzione non è auspicabile, “perché sarebbe l’alleanza tra due ex monopolisti, Telecom e Telefònica, che avrebbero entrambi più interesse a gestire la cassa che a fare investimenti”. Due giorni fa è arrivata un’altra ipotesi: fusione tra Telco e un piccolo azionista di Telefònica, la holding Criteria. Su richiesta della Consob i soci italiani hanno smentito (e lo stesso ha fatto Telefònica). Ma in Borsa il titolo Telecom ha registrato un rialzo molto superiore alla media del mercato: +4 per cento. Anche se tutto si decide a livello di Telco – e quindi non ci sarà nessuna offerta pubblica di acquisto sulle azioni Telecom e nessuna prospettiva di vero guadagno per i piccoli azionisti – la Borsa sembra credere che qualcosa stia per succedere .
GERONZI . Non ci sarà un’altra scalata ostile, come fu quella ai tempi della privatizzazione, nel 1999, e neanche un’operazione come quella di Marco Tronchetti Provera: Telecom ha già troppi debiti (34 miliardi) per affrontare altri riassetti fatti a spese sue. Ma le cose si stanno muovendo e tutto passa dalla Mediobanca di Cesare Geronzi.
Anche se ieri il comitato esecutivo, presieduto da Geronzi, si sarebbe limitato a “operazioni di routine” è chiaro che il futuro assetto proprietario di Telecom viene discusso in questi mesi nelle stanze di Piazzetta Cuccia (e in quelle romane di Palazzo Chigi, nello specifico negli uffici di Gianni Letta). Ci sarebbe proprio Geronzi, sostengono fonti vicine alla vicenda, dietro questi piani anticipati dalla stampa e poi smentiti dalla stessa Mediobanca, da Intesa Sanpaolo e dalle Generali.
Per tastare il polso al mercato (e a Intesa che vorrebbe uscire da Telco ma senza rimetterci
troppo) in attesa che, d’accordo con il governo, si arrivi alla soluzione definitiva.
IL FATTO QUOTIDIANO 23-01-2010 PAGINA 10
TELECOM: SLC-CGIL “DIFFICILE ROMPERE UNA TRATTATIVA CHE NON C’E”
“E’ quanto mai curiosa la notizia apparsa recentemente su alcuni quotidiani per cui sarebbe in corso una trattativa su 4000 nuovi esuberi. Non vi è nessuna trattativa in corso, per cui sarebbe anche difficile romperla”. Così dichiara in una nota Alessandro Genovesi della Segreteria Nazionale di SLC-CGIL.
“Discorso diverso se, invece, si riporta la posizione di SLC-CGIL di un’assoluta contrarietà ad affrontare qualsivoglia confronto sullo sviluppo di Telecom Italia partendo esclusivamente da altri tagli al personale, eventuali nuove esternalizzazioni, delocalizzazioni, ecc. Non è una posizione nuova (e quindi non dovrebbe fare notizia), infatti, quella per cui SLC-CGIL attende di verificare prima gli obiettivi industriali (e gli investimenti) del prossimo piano e solo dopo – avendo visibilità del tutto – valutare con i lavoratori il da farsi. Sapendo che i problemi veri di Telecom sono il debito, il futuro della rete, gli investimenti, il mantenimento delle integrazioni con i servizi di customer, di vendita e di staff”.
“Ribadiamo – conclude il sindacalista – la nostra totale contrarietà ad un modello Telefonica fatto di riduzioni ulteriori di attività, di riduzione del personale e dei perimetri aziendali”.
“In merito ai 4000 esuberi annunciati a fine 2008 (forse a quelli si riferiscono i recenti articoli) li abbiamo contrastati e continueremo a farlo: chiedendo all’azienda quel senso di responsabilità che negli ultimi tempi non ha mai dimostrato di avere”.
14 gennaio, 2010
AGGIORNAMENTI DA PISTOIA
Tutta altra storia è la questione della raccolta di solidarietà con i
lavoratori/trici di phonemedia/answers di pistoia.
Oggi c'è stata l'assemblea con il segretario nazionale della
SLC/CGIL Emilio Miceli; ne ho approfittato per portare i soldi raccolti per il
mese di gennaio (non li ho raccolti a tutti quelli che hanno dato
disponibilità, sia per le festività che per impossibilità che ho avuto
per passare... ma comunque ho l'elenco, quindi piano piano passo da
tutti....).
Per questa seconda raccolta abbiamo raccolto 1620 euro.
Con questi soldi abbiamo deciso di fare una cosa un pò diversa dalla
prima volta.
Sulla base del principio che "chi più spende meno spende", sono
andato al mercato delle cure (che per 6 sabati ha donato una decina - una volta
una quindidicina - di casse di frutta e verdura) e ho chiesto se mi
permetteva di acquistare frutta e verdura direttamente all'ingrosso al
prezzo al quale loro comprano la frutta e verdura; ovviamente hanno
accettato e stamani sono andato all'ingrosso con uncamion 35 quintali e
un furgoncino (Kangoo) e li ho riempiti di casse di frutta e verdura.
Più di cento casse di frutta e verdura (mi ricordo di 150 chili di
patate e 30 casse di arance....) per 370 euro (e, udite!! udite!! mi
hanno fatto anche lo scontrino!!!!).
Allora abbiamo deciso di dare 1000 euro per le famiglie che ne hanno
bisogno e di utilizzare i 250 euro rimasti per un altro "viaggio"
di frutta e verdura.
Ovviamente tutta questa operazione è stata spiegata in assemblea ed è
stata molto apprezzata.
Quindi, ricapitolando, 1620 euro raccolti, 1000 euro donati, 370 euro
per pagare frutta e verdura, e 250 rimasti per un altra viaggio (credo
venerdì 22 gennaio).
Per quanto riguarda la loro situazione, ancora sono nel casino: la
vertenza va avanti, ma è legata ai tempi dei tribunali fallimentari,
mentre le bollette, la spesa, i figli, hanno necessità e tempi ben
diversi...
Come CGIL di Pistoia abbiamo fatto un'operazione che ha del miracoloso:
con la garanzia della regione toscana (dovremo fare un monumento alla
giunta regionale toscana!!!) una banca ha anticipato due mesi di
stipendio non riscossi (ottobre e novembre) dando così un minimo di
fiato a queste famiglie....
Da oggi è poi ripartita la distribuzione dei fondi della cassa di
resistenza attivata dalla CGIL, visto che ad oggi i fondi sono tali da
poter coprire un numero significativo di famiglie.
Comunque a febbraio ci saranno le udienze che dovrebbero dare una
risposta a questo problema, ma i tempi della giustizia sono sempre il
vero problema delle vertenze/cause dei lavoratori.
MA FISTEL E UILCOM ? TROPPO IMPEGNATI A PROSTRARSI DAVANTI AL PADRONE DI TURNO?
12 gennaio, 2010
10 gennaio, 2010
PERCHÈ IL PD NON SI OPPONE ALLE MIRE DI MEDIASET SULLA RETE DI TELECOM
Prove tecniche di inciucio telefonico.
A dare il via alle danze è stata un’intervista di Paolo Gentiloni a “Il Riformista”. L’otto gennaio scorso, l’ex ministro delle comunicazioni, rispondendo alle domande di Gianmaria Pica, ha dato un imprevisto via libera alla possibile alleanza tra Telecom Italia e Mediaset: “Pier Silvio Berlusconi”, spiega Gentiloni, “ha parlato di far crescere Mediaset fino a farla diventare un content provider, una sorta di major italiana che fornisce contenuti televisivi. Per fare questo per Mediaset sarebbe strategico il rapporto con Telecom: è il cuore del business della telecomunicazioni”.
Così, allegramente, Gentiloni suona la tromba all’avanzata del Cavaliere sull’unico territorio mediatico che gli è ancora ostile: Internet. In un paese nel quale il presidente del consiglio controlla direttamente le tre reti Mediaset e indirettamente le tre reti Rai, mentre Telecom tiene “La7” a bagnomaria e l’unico vero concorrente, Sky, viene frenato con l’Iva e i tetti pubblicitari, il politico più autorevole dell’opposizione, l’uomo che dovrebbe rappresentare la diga allo strapotere del premier-editore, applaude l’ingresso di Berlusconi sulla rete Telecom. Chi dovrebbe curare il conflitto di interessi nella tv, sembra favorire
la metastasi su Internet.
OCCASIONI PERSE. L’intervista a Gentiloni è l’atto finale del lungo harakiri della sinistra sul fronte Telecom. Per comprendere l’ultimo fotogramma di questo film dell’orrore bisogna tornare all’inizio e provare a porsi qualche quesito del tipo: cosa sarebbe successo se...? Perché, se con i se non si fa la storia, magari si comprende meglio la cronaca.
La Telecommedia inizia con la privatizzazione e la successiva opa quando Romano Prodi e Massimo D’Alema pensano di individuare in Umberto Agnelli e Roberto Colaninno due interlocutori industriali che invece si riveleranno finanzieri. Carica dei debiti di Colaninno, nel 2001 la compagnia finisce alla Pirelli. Marco Tronchetti Provera dimostra subito di non voler competere con il sistema berlusconiano.
Anzi. Dopo uno strano affare con il gruppo del premier (l’acquisto di Pagine Utili con il versamento di 55 milioni alla Fininvest) Tronchetti soffoca nella culla La7. Annulla i programmi dei big come Fabio Fazio che poteva minacciare Mediaset e paga senza battere ciglio le star per tenerle in panchina. La7 è un’inezia da sacrificare sull’altare del grande gioco telefonico. Eppure quell’apertura del mercato che non arriverà dai programmi televisivi dell’era Tronchetti poteva arrivare dalle sue strategie internazionali.
SOGNANDO MADRID. Il momento nel quale l’Italia è stata più vicina ad avere un competitor valido per Mediaset non è stato il 25 giugno del 2001 quando debuttò La7 di Fazio, Lerner e Sabina Guzzanti. Ma il 7 settembre del 2006 quando Tronchetti Provera e Rupert Murdoch si incontrano in barca al largo di Zante. I legali dei due gruppi avevano preparato una bozza di accordo per l’ingresso di Murdoch nella holding di controllo di Telecom con una quota di poco inferiore a quella di Pirelli. In quei giorni Tronchetti spiegava riservatamente ai suoi collaboratori che l’approdo finale non era Zante ma Madrid. Il sogno di Tronchetti era quello di unire questa Telecom rinforzata da Murdoch con Telefonica o un altro grande operatore per creare una conglomerata in grado di veicolare i contenuti su Internet e il satellite in tutto il mondo. La ricaduta italiana sarebbe stata la nascita di un concorrente in grado di dare filo da torcere a Mediaset e Rai su più piattaforme. Sulla carta le condizioni dell’estate 2006 erano ottimali. Al governo c’era Romano Prodi all’apice della sua forza. Il centrosinistra potrebbe benedire l’alleanza italo-australiana e invece si mette di traverso.
Un mese prima dell’incontro sul Corriere esce il piano del governo per scindere la rete dalla società telefonica, che sarebbe come sfilare il motore dal cofano della macchina il giorno prima della sua vendita a Murdoch. Il 5 settembre, prima dell’incontro greco, il consigliere di Prodi Angelo Rovati consegna a Tronchetti il piano per scindere la rete e affidarla alla Cassa depositi e prestiti. Il 19 settembre Piero Fassino alla festa di Rifondazione plaude alla separazione della rete. Il messaggio è chiaro: se Murdoch compra, si scordi la rete. Il magnate australiano lascia poco dopo denunciando l’invadenza della politica italiana. A febbraio Tronchetti ci riprova con Telefonica. Ma riparte la campagna su rete e italianità con i politici di sinistra che minacciano di mettere sotto scacco l’acquirente straniero mediante la regolazione e i controlli. Anche gli spagnoli mollano, salvo rientrare dalla finestra insieme a Benetton e alle banche quando Tronchetti vende.
EVOLUZIONI. E’ interessante riguardare le posizioni di allora alla luce dello scenario che si sta delineando oggi. La sinistra al governo, per limitare il potere dell’invasore Murdoch, predicava la separazione della rete e la sua annessione alla Cassa depositi e prestiti dello Stato. Tra quelli che sostenevano la separazione allora c’era anche un certo Franco Bernabé. Oggi il numero uno di Telecom si oppone allo scorporo (come fa tutta la sinistra)
mentre allora, nella posizione di consulente della banca Rotschild da dove lavorava insieme a Rovati al piano di scorporo. Al di là delle giravolte dovute ai cambiamenti di ruolo, però, resta la miopia strategica. Per sostenere il falso mito dell’italianità (quando era al governo e avrebbe voluto mettere la rete sotto il suo controllo) la sinistra ha perso una grande occasione. L’ingresso di Murdoch e Telefonica nella Telecom di Tronchetti avrebbe salvaguardato l’italianità e avrebbe aperto il mercato tv. Sono passati tre anni. La prima azienda di telecomunicazioni italiana ha galleggiato tagliando i costi e gli investimenti. L’unico prodotto di rilievo, il CuboVision, è per ora poco più di uno spot. Ora pare che Telefonica torni a farsi sotto.
Solo che stavolta gli spagnoli vogliono la maggioranza e, per ottenerla, sono disposti a trattare con Mediaset sulla rete e i contenuti.
La chiamano italianità.
IL FATTO QUOTIDIANO 10-01-2010
30 dicembre, 2009
BUON ANNO A TUTTI

CHIUDIAMO QUESTO 2009 CON L'EDITORIALE DEL CARDINALI SUL VERNACOLIERE, SI TRATTA DI SATIRA.......
Senza peli sulla lingua
Il folle e la storia
Sgomento e pena tanta, davanti a quel viso di Berlusconi devastato dal Tartaglia. Ma subito, anche, l’angosciosa involontaria sensazione di qualcosa di già visto. Con l’immediato ricordo di quei servizi, più o meno segreti e più o meno deviati, sempre sospettati di oscure regie e manovalanze nella tragica storia della strategia della tensione, dalla prima strage di Piazza Fontana a Milano nel 1969 fino a quella sul treno Roma – Milano del 1984.
Di certo un inconscio condizionamento della storia, il mio. Di me che a quest’età ne ho già vissuta tanta di storia, e certi ricordi ti restano attaccati anche nei brividi di pelle.
Ricordi però lì per lì fugati, stavolta, dall’immediata proclamazione della “follia” dell’attentatore odierno, il Tartaglia mentalmente squilibrato. Un folle che ha potuto indisturbatamente prendere la mira con quel grosso oggetto contundente visibilmente bilanciato in mano, prima di scagliarlo sul capo del governo senza che nessuna fra le sue tante guardie del corpo lo notasse, tutte con lo sguardo rivolto al sorvegliato e non ai sorvegliandi. Ma tant’è. Che l’attentatore fosse un folle aveva insieme fugato dubbi e consolato coscienze, nella speranza d’un gesto isolato senza strategia alcuna.
Anche se intanto, col capo in ospedale a predicare amore contro l’odio – lui che di odio ne aveva sempre scatenato a fiumi contro i “comunisti” annidati ovunque – subito i seguaci portavoce iniziavano una violenta campagna di criminalizzazione del dissenso. A colpire chiunque – magistrati, politici, giornalisti, centri sociali, opinionisti di web e via e via – si fosse manifestato in qualche modo non ossequiente alla pretesa intangibiltà e sacralità del capo, da rendere comunque libero da colpe giudiziarie, protetto nei suoi macroscopici conflitti d’interesse e giustificato nel disegno di rifare la Costituzione a sua immagine e volontà.
Tutti subito accusati, i colpevoli di dissenso a qualunque titolo manifestato, d’averlo prodotto loro il brodo di coltura dell’infame gesto attentatore del Tartaglia. Di esserne i mandanti, insomma.
Ed immediatamente, a ruota, ecco la bomba sedicente anarchica alla Bocconi di Milano, ed immediato riecco allora il ricordo di quanto già visto e vissuto in altre prontissime presenze di anarchici da subito additare ad autori di attentati e stragi – e basti ricordare Pinelli e Valpreda – compiute invece, com’è poi diventata un po’ storia giudiziaria e un po’ generale coscienza civile, dalla manovalanza d’estrema matrice neofascista coperta da organi istituzionali e manovrata dai servizi segreti cosiddetti deviati, anche con propri infiltrati “anarchici” come nel caso del Bertoli per la strage alla questura di Milano nel 1973. E sempre per creare terrore e caos contro il “nuovo” sociale che avanzava a minare lo statu quo della conservazione politica, finanziaria e religiosa. Terrore e caos da eventualmente poi sedare manu militari.
Ed immediatamente, a far corona istituzionale anche in parlamento all’odierna criminalizzazione berlusconiana del dissenso, ecco ancor più forti e istigatrici le accuse di terrorismo a chi più fortemente dissente, sia nella società civile come Travaglio, sia nella politica come Di Pietro. Fino a criminalizzare perfino la Bindi, nella sua dignità di donna col cervello.
Questo il clima d’oggi. A riportare alla mente quel clima dell’inizio anni ’70 nel quale – mentre si andavano diffondendo le voci d’un progetto di revisione autoritaria della Costituzione per una repubblica presidenziale, proprio come anche ora si teme con le mire autoritario-populiste di Berlusconi – arrivò un secondo tentativo di colpo di Stato, il cosiddetto “golpe Borghese” che riportava nuovi timori per la democrazia dopo il “Piano Solo” del generale De Lorenzo nel 1964.
Ma ora vedrai non saranno più necessarie certe cose. Magari basterà che l’opposizione – cosiddetta – la smetta infine di fare opposizione. Cosiddetta.
Dopo l'infame aggressione
Berlusconi assume
pieni poteri
CHIUSA
LA REPUBBLICA!
Ma no la Repubblica giornale
LA REPUBBLICA
ITALIANA!
Napolitano lasciato fori ar freddo,
Dipietro alla macchia, sparita Rosibindi,
dispersa la magistratura
Drammatici sviluppi dell’aggressione ar prèmie’! Ferito nella faccia ma no nelle palle, Berlusconi l’ha fatte subito sentì! Che appena s’è ristabilito, ha chiamato subito il ministro dell’interno.
- Basta coll’indugi, Maroni! Qui bisogna chiude’ la Repubbria di volata!
– Ganzo! – s’è rallegrato Maroni. – E io chiuderei anche ‘r Corriere e l’Unità, così si legge la Padania sola!
– Ah, ma allora sei propio leghista, sai! Devi chiude’ no la Repubbria giornale, la Repubbria italiana!
– E ‘ndove la trovo?
– Dé, nelle ‘stituzzioni! Te primaditutto vai ar Parlamento, e lo sbarri benebene! Tanto, per quer che serve…
– Ma c’è pieno de’ nostri, dentro!
– Appunto! E te quer giorno ‘un ce li fai andà! Ni telefani ammodino, ni dici restate zitti e boni a casa sennò poi Sirvio vi licenzia tutti… Eppoi vai ar Conziglio Superiore della Magistratura, e stoppini anche quello! Poi corri alla Corte Costituzzionale, e ce li brocchi coll’ermellini e tutto! Poi vai ar Quirinale..
– Ma lì c’è Napolitano! Devo chiude’ anche lui?!
- No, lui lo lasci fori! Con questo freddo, vecchio com’è…
E lì però Maroni s’è ‘mpenzierito. Leghista sì, ma fino a un certo punto!
– A me però mi firmi un foglio, Sirvio! No, sai, tantevorte quarcuno venisse a di’ che questo è un corpo di Stato…
E lì Sirvio s’è arzato a razzo ‘n tutta la su’ statura!
- Lo Stato sono io! – ha principiato a urlà coll’occhi perdifori, no propio come Luigi quattordici ma a Napoleone un po’ ni rassomigliava. – Sono io, che ‘r popolo m’ha eletto! Sono io, l’unto der Signore! Sono io, l’omo della Provvidenza| Sono io, che ho messo Emiliofede ar Tiggiqquattro! No, dimmi te sennò chi ce lo teneva, ‘n quelle ‘ondizzioni!... Eppoi ho messo Vespa a Portapporta, ho piazzato Minzolini ar Tiggiuno… Approposito di Minzolini, ora ni dìo subito cosa deve di’!
Che all’indomani ecco difatti l’editoriale di Minzolini ar Tiggiuno:
– Italiani, l’odio comunista ‘un passerà! Ci penza Berlusconi, ora, a sistemalli tutti per le feste! Basta con tutti vest’oppositori che ‘un fanno artro che armà la mano dell’attentatori! Basta con chi ‘un è d’accordo con tutto quer che dice ‘r Capo e semina zizzagna! Basta co’ giudici che lo vogliano giudià come un bischero valunque! Basta co’ siti interne, ‘ndove onniuno ci pole scrive’ ‘osa ni pare! Basta co’ centri sociali ‘ndove di sociale c’è sortanto i pidocchi di tutti vell’agitatori! Basta colle dimostrazzioni di piazza che levano di rispetto ar Duce…
E lì però Minzolini s’è ripreso:
– Uh, scusate, mi sono un po’ ‘mbrogliato, duce Berlusconi ancora ‘un è mapperò ci siamo guasi!
E co’ telespettatori tutti a boccaperta l’ha finarmente detto:
– Contro tutto vest’odio verso i martiri della libertà, contro l’infami comunisti ‘nfilati dappertutto ne’ tribunali e ne’ partiti e ne’ giornali, contro ‘r vile dissenzo d’un’opposizzione preoncetta che ‘un vole rionosce’ a nessun costo l’atorità di chi comanda, contro tutto questo càosse sociale Sirvio Berlusconi ha finarmente assunto i poteri pieni!
Dé, ‘un l’aveva ancora finito di di’, e Dipietro era già alla macchia! E urlava ma io lo dicevo che Berlusconi è un ber fascista ma noi dell’Italia de’ valori con lui ‘un ci s’azzecca nulla, e c’era Demagistris dietro che ni diceva zitto e corri, se ci beccano ci rifanno novi!
E anche la Bindi, poverina, s’è dovuta rintanà! ‘Un la trova più nessuno! Capirai, con tutto quer che ha avuto ‘r coraggio di dinni, a Berlusconi colla faccia sempre ‘nzanguinata e co’ su’ òmini a urlà colla bava alla bocca è tutta ‘orpa dell’odio dell’opposizzione, che la Bindi n’ha detto perappunto ‘un ti crederai mia che ora a fa’ la vittima ce lo butti ‘nculo meglio, vero?!
Che propio ‘nculo lei ‘un l’ha detto, perbene com’è e speciarmente ora che è doventata presidente der partito demogratio che ‘un è dicerto fatto di gente sboccata com’era prima ‘r proletariato vero, ma ‘nzomma s’è capito uguale!
Come derresto s’è capito anche Bersani, che lui ar capezzale di Berlusconi tutto ‘ncerottato all’ospidale non sortanto ‘un ha detto ‘nculo, ma ‘un ha detto propio nulla der tutto, sarvo aguranni a Sirvio di guarì presto e di ritornà a fa’ come prima!
Come prima ‘na sega! Ora che finarmente comanda tutto lui, ce l’hai bell’e portato un’artra vorta ‘n tribunale! N’ha già fatti chiude’ un buggerío, di tribunali, e doranavanti i giudici che ‘un sono ancora scappati ‘nvece della toga si dovranno mette’ la montura militare!
E chissà anche Larussa ‘ome ci gode!
Piesse – In tutto questo crima di gorpe atoritario s’è però levato arto e forte lo sgomento di Napolitano, che ha detto a me a lasciammi fori dar Quirinale ar freddo è ‘no spregio che ‘un me lo dovevan fa’, m’è venuto a mente di quand’ero comunista all’addiaccio a fa’ la resistenza, che brutti tempi erano ragazzi, eppoi ha ‘nvitato un’artra vorta tutti a vedé d’abbassà la voce perché sennò qui ‘un si dorme nemmen più!
Mario Cardinali
IL VERNACOLIERE
29 dicembre, 2009
27 dicembre, 2009
SICUREZZA INFORMATICA: CONVENZIONE TRA POLIZIA E TELECOM ITALIA
(27/12/2009) - Il Capo della Polizia Antonio Manganelli e l'Amministratore delegato di Telecom Italia, Franco Bernabè, hanno sottoscritto presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, una convenzione per migliorare la prevenzione e la repressione dei crimini informatici a danno dei sistemi informativi critici della società che rappresenta il primario fornitore italiano di servizi di comunicazione telefonica ed elettronica e gestisce la principale infrastruttura di rete per le telecomunicazioni.
Alla firma erano presenti anche i Direttori della Polizia Stradale, Ferroviaria, Postale e delle Comunicazioni.
Sarebbe opportuno che ci venisse chiarita la natura di questa convenzione negli aspetti operativi, cosa vuol dire che TI "apre" l'accesso ai sui sistemi in favore della polizia? se si a che titolo ? viene saltata l'autorita' giudiziaria?
Dopo lo scandalo TAVAROLI & c/o si istituzionalizza la precedente situazione?
19 dicembre, 2009
E ora Mediobanca va in pressing per le nozze Telecom-Telefonica
MILANO — «È chiaro che non c’è alcuna contropartita definita dall’operazione Mediaset-Prisa, ma si crea un credito a favore degli spagnoli su cui si può lavorare ». E su questa base, fa notare un banchiere esperto di materia telefonica, hanno già cominciato a lavorare in Mediobanca gli uomini che fin dal 2007 hanno considerato l’ingresso in Telecom al posto della Pirelli come un “bridge”, in vista di un azionariato più solido e stabile.
L’asse favorevole a una fusione tra Telecom e Telefonica negli ambienti finanziari milanesi è noto: è formato da Alberto Nagel, Renato Pagliaro, dall’ad di Generali Giovanni Perissinotto e dal presidente di Telecom Gabriele Galateri che può contare sulla buona amicizia con Cesar Alierta coltivata ai tempi della Columbia University.
Ma lo snodo vero della possibile operazione è rappresentato dal prezzo a cui si valuta Telecom Italia, prezzo che al momento si colloca a circa metà del valore a cui gli azionisti tricolori hanno in carico le azioni nei bilanci. Certo se Galateri e gli uomini di Mediobanca riuscissero a negoziare con Alierta una valorizzazione delle azioni Telecom intorno a 2 euro il discorso diventerebbe tutt’a un tratto più interessante.
Gli azionisti italiani potrebbero conservare un nocciolo nel megagruppo telefonico di circa il 4%, contro poco più del 7% che resterebbe in capo alle banche spagnole, Bbva e La Caixa. Su queste basi si potrebbe quindi ottenere una governance “bilanciata”, con gli italiani che nel consiglio potrebbero controllare una sorta di minoranza di blocco. Sull’ipotesi stanno ragionando a Piazzetta Cuccia, ed è anche per questo motivo che da giorni girano indiscrezioni su un possibile accordo per l’ipotetica gestione del colosso mondiale Telecom-Telefonica: Alierta presidente, Galateri vice, Linares e Bernabè amministratori delegati con competenze geografiche ben definite. Agli spagnoli andrebbe ovviamente la supervisione di Spagna e America Latina mentre agli italiani l’Italia e un bel pezzo d’Europa.
Messa in questi termini sarebbe difficile anche per i grandi commis della politica ergere le barricate. Da tempo gli uomini più legati a Berlusconi e a Mediaset urlano ai quattro venti che occorre scorporare la rete tlc da Telecom, per salvaguardare l’italianità della prima da eventuali attacchi stranieri. In realtà il desiderio di Mediaset è quello di gestire la crescita della tv via internet in modo che faccia il meno male possibile alla tv generalista.
Con un piede nella rete Telecom scorporata dalla casa madre l’obiettivo sarebbe forse raggiungibile, ma il danno per la società altrettanto consistente. Per questo i grandi soci di Telecom, da Mediobanca, a Intesa Sanpaolo, a Generali, oltre all’ad Franco Bernabè, hanno fatto sapere a più riprese di essere assolutamente contrari allo scorporo. Ma ora che Mediaset è cresciuta in Spagna comprando alcuni pezzi del gruppo Prisa, nel quale è rientrata anche Telefonica, le cose potrebbero assumere una parvenza diversa. E c’è da scommettere che da oggi in poi si rafforzeranno i sostenitori delle nozze Telecom-Telefonica.
LA REPUBBLICA 19-12-2009 pag 40
17 dicembre, 2009
La battaglia di Bernabè per la rete Telecom
Cresce il pressing politico e degli interessi di
Berlusconi per lo scorporo della infrastruttura
Il rischio di un «esproprio» a favore dei soliti noti
Franco Bernabè mangia il panettone2009 alla guida di Telecom Italia. Ed è fiducioso di poter mangiare anche la colomba e il prossimo panettone. Considerati i guai dell’economia e le lotte di potere finanziario, mai sopite anzi semmai accentuate dalla crisi diffusa e dal fatto che soldi in giro non ce ne sono, quello dell’amministratore delegato di Telecom è un atto di coraggio. Soprattutto perchè chi lavora nel vasto mondo delle comunicazioni, dai telefoni a internet passando per tv e giornali, non sa bene cosa succederà domani. Siamo tutti, anche i poveri giornalisti, tra quelli che son sospesi.
Bernabè non ha mai avuto la fama di essere un’estremista o un radicale, è stato un perfetto manager delle partecipazioni statali, quando dopo Tangentopoli ripulì l’Eni e nessuno si ricordò che il manager di Vipiteno qualche ruolo nella costruzione di Enimont l’aveva pur avuto. Da poco più di un anno è tornato in Telecom, da cui era velocemente passato tra il 1999 e il 2000 prima che la sorprendente scalata dell’Olivetti gli impedisse di lasciare il segno sull’ex monopolista.
Un manager quando rientra in un’azienda dove ha già lavorato rischia «solo di combinare cazzate» comedisse una volta un filosofo dell’impresa come Franco Tatò, perché assomiglia a quegli allenatori di calcio che tornati alla guida della vecchia squadra pensano di sapere tutto, vogliono fare i fenomeni e alla fine falliscono. Ma chi è passato nell’ultimo decennio in Telecom è convinto in cuor suo di aver fatto bene e che avrebbe potuto far molto meglio se lo avessero lasciato lavorare.
Telecom è una malattia che ti resta attaccata perchè è una grande azienda, era una bella impresa pubblica che i privati non hanno saputo valorizzare. Telecom è una malattia che ha colpito Roberto Colaninno e Marco Tronchetti Provera, e ha contagiato Bernabè che vorrebbe far vedere quanto vale.
Le telecomunicazioni, e Telecom in particolare, hanno un sacco di problemi. Il principale è che nessuno sa bene cosa saranno tra cinque, dieci anni, come funzioneranno, chi le governerà, come sarà il mercato. Probabilmente tutto - voce, dati, informazioni, tv e quello che volete voi - passerà da Internet.
Bernabè deve guidare Telecom in questo contesto evolutivo. Che abbia le idee chiare o meno sul futuro lo si potrà verificare solo col tempo e lo sviluppo dell’azienda. Però l’amministratore delegato, già oggi, ha un grosso problema. Volente o nolente il suo ruolo sembra infastidire gli interessi di Silvio Berlusconi che, tra molte cose, è anche il proprietario delle maggiori tv commerciali e di un grande gruppo editoriale.
Da qualche settimana nel governo, nel mondo politico, sui giornali confindustriali, è partita una sarabanda attorno all’assetto proprietario, alla funzione, all’apertura delle rete di telecomunicazioni, una delle infrastrutture strategiche del paese.La rete Telecom, è ovvio, è di proprietà Telecom che l’ha creata e pagata. Oggi è uno dei cespiti che offre più garanzie alle istituzioni che devono finanziare il debito della società, attorno ai 33 miliardi di euro. Tuttavia è tanto importante che può essere utilizzata da tutti gli altri operatori di telecomunicazioni. In un passato recente si era anche discusso di un’alleanza tra Telecom e Mediaset, individuando nell’integrazione tra telecomunicazioni e tv una strada per creare un grande campione nazionale.
Una discussione del genere,però, è impraticabile perchè trovi Berlusconi, le sue aziende, i suoi interessi, da tutte le parti, in un gigantesco, irrisolto conflitto.
Adesso i predicatori del mercato, i liberisti della domenica, vorrebbero scorporare la rete da Telecom, quotarla in parte in Borsa, affidarla a un gruppo di soci guidato dalla Cassa Depositi Prestiti del placido Bassanini, con gli operatori di telefonia e tv, compresa Mediaset che avrebbe una quota minoritaria ma significativa.
L’ “esproprio” padronale sarebbe giustificato dal fatto che Telecom non investe sulla rete, e non è vero, e per favorire una maggiore competizione sul mercato. Lo scorporo della rete non è stata realizzata per nessun ex monopolista in Europa, nessuno la propone. In Italia, invece, sì. Ci provò pure Prodi che, forse, sulle sue privatizzazioni potrebbe fare un bilancio storico.
Allora cosa c’è dietro l’angolo? Comesi spiega questa baraonda? Il problema è che anche i grandi network tv, soprattutto il modello di tv commerciale e generalista, hanno urgente bisogno di avere a disposizione una infrastruttura su cui veicolare nel prossimo futuro i loro programmi.
Potrebbero crearne una di nuova generazione (NGN), tirar fuori un po’ di soldi (8-9 miliardi di euro) e cercare altri soci. Ma vuoi mettere com’è comodo usare, conquistare la rete Telecom? Aderire a questo piano sarebbe come perdere l’argenteria di casa, senza difendersi. Bernabè non ci sta, ma bisognerà sentire cosa dicono i suoi azionisti: Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e la spagnola Telefonica.
In particolare il presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, ritenuto da Berlusconi uno dei pochi banchieri affidabili in quanto «non comunista », avrebbe suggerito ai vertici Telecom di essere più aperti . Il pressing sarebbe più articolato e meno nobile:una riduzione delle già modeste ambizioni de La7, e magari la cessione della rete tv a una mano più amica, il ridimensionamento di trasmissioni pericolose (Lerner e la Gruber...pericolosi?), il mantenimento della direzione Piroso (casomai qualcuno avesse pensato di assumere il disoccupato di lusso Enrico Mentana).
La guerra della rete è difficile. Bernabè non è Biancaneve: è un uomo di potere, esperto di servizi segreti, dotato di un grande equilibrio, anche fisico. Lo scoprimmo sul floor di Wall Street, nel 2002, quando lo vedemmo ballare lo scatenato rock Johnny B.Goode in coppia con Lilli Gruber.
Ora l’equilibrionon basta: bisogna alzare le difese e muovere le colonne delle salmerie.
L’unita’ 17-12-2009 pag. 36/37
13 dicembre, 2009
12 dicembre, 2009
TELECOM, COLOSSO SENZA STRATEGIE
DA OLTRE dieci anni si discute dei problemi di Telecom Italia: un tormentone che si ripete fin dai tempi della privatizzazione.
Ma non si parla dell’azienda: servizi offerti, strategie, capacità di innovare, opportunità di crescita. Si discetta, invece, di proprietà e controllo o, meglio, dei problemi degli azionisti di maggioranza, di chi comanda (dei suoi amici e nemici), di piani e interessi del gruppo di controllo. Ma la problematica del controllo è fine a se stessa; non serve a gestire bene Telecom.
In questo contesto, si è aggiunta poi l’interferenza dei governi (di destra e di sinistra), nonostante l’azienda sia, da un decennio, privata al 100%. Così cambiano i nomi, dal piano Rovati del governo Prodi al piano Caio di quello Berlusconi, ma non la sostanza.
La vicenda è nota. Prima c’è stato il problema della montagna di debiti accumulata da Colaninno per conquistare Telecom (senza capitali), e per finanziare una massiccia campagna acquisti. Poi subentrano i problemi di Tronchetti che per ridurre i debiti vende quello che Colaninno aveva comprato; ma poi torna ad accumularne per fondere Olivetti, Telecom e Tim, senza diluire il suo controllo.
Alla fine, bisogna trovare una soluzione per far uscire Tronchetti prima che il debito diventi ingestibile per Pirelli. Ma c’è l’italianità da preservare. All’appello risponde il solito Trio: Mediobanca, con la fida Generali al guinzaglio, e IntesaSanpaolo, “banca di sistema”. Anche se il compito dell’azionista di controllo, cioè definire le strategie di una società, e verificare che il management le metta in atto, non è certo mestiere da banche e assicurazioni. Che anzi avrebbero fatto meglio a preoccuparsi di gestire casa loro.
Così, arriva Telefonica come partner industriale nel nuovo gruppo di controllo; che toglie le castagne dal fuoco a Tronchetti. Ma Telefonica crea più problemi di quanti ne risolva. Prevedibile, visto che le due aziende sono concorrenti. Il connubio apre conflitti di interesse di tutti i tipi: problemi di Antitrust e concorrenza in Sud America; operazioni con parti correlate, come nella cessione a Telefonica di Hansent (e nell’eventuale vendita di Brasile); problemi con le attività televisive, dove Telecom subisce la concorrenza di Mediaset, mentre questa tratta con la controllante Telefonica l’espansione tv nel mercato spagnolo. Senza contare i “piani” di marca governativa, sempre attenti agli interessi di Mediaset, per una rete in fibra che toccherebbe, guarda caso, gli interessi delle tv. In questo suk, non si capisce quale sia veramente la strategia che il Trio ha in mente per Telecom. Ma è chiaro che una simile sequenza di azionisti di controllo è stata deleteria per un’azienda che, a differenza delle altre privatizzate (come Eni, Enel, Autostrade), deve fronteggiare un tasso di innovazione senza eguali (da Facebook all’iPod, sono nati dopo il 2001), operare in un mercato domestico altamente concorrenziale, e in un panorama globale di progressive concentrazioni.
Bisognerebbe ricordarselo quando si parla di privatizzazione fallita. Il vero fallimento è l’ossessione di avere un azionista di controllo; e italiano. Disfarsene permetterebbe di concentrarsi sul futuro l’azienda: negoziando l’uscita di Telefonica, magari in cambio del Brasile; liberandosi di tutte le attività tv al miglior offerente; convertendo le azioni di risparmio per diluire il Trio, e aprire la strada a un aumento di capitale per espandersi e/o ridurre il debito; e lasciando allo Stato il progetto della mega rete in fibra: se vuole, se la faccia, visto che Telecom non potrebbe mai recuperare il costo del capitale.
E lasciando la retorica sul digital divide (come pensare di sviluppare l’economia della Barbagia costruendo un’autostrada a sei corsie fra Nuoro e Arbatax) e sulla internet-tv (in un paese già saturo di televisione), a chi con la retorica ci campa.
da La Repubblica del 12-12-2009 PAG.36
11 dicembre, 2009
ROMANI SFIDUCIA BERNABE'?
ROMA (MF-DJ)--"Ormai mi sembra scontato che riusciremo a chiudere il digital divide. Ritengo invece opportuno immaginare una societa' della rete in cui tutti i protagonisti sono coinvolti e tutti partecipino all'investimento".
Ad affermarlo, nel corso del suo intervento alle giornate di studio marconiane, e' il vice ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, secondo cui "c'e' da tener conto del ruolo dell'ex incumbent" Telecom I. e "tutto il sistema Paese si deve muovere". Romani ha citato fra gli altri le Poste, le Ferrovie dello Stato ed Ericsson Italia, spiegando che il numero Cesare Avenia "ha dato disponibilita' a investire 1 mld".
LA SETTIMANA SCORSA DURANTE UN INCONTRO CON I LAVORATORI CHE AVEVANO RAGGIUNTO DIVERSI ANNI DI ANZIANITA' AZIENDALE L'A.D. A RIMARCATO CHE LA RETE NON SI SCORPORA DA TELECOM ITALIA, USANDO UNA METAFORA " è come se si tagliassero le gambe ad un corridore per alleggerirlo e farlo andare piu' veloce"
Banda larga: Bernabe', giusto auspicio Romani ma occorre sperimentare
Roma, 11 dic. (Adnkronos) - Si' all'auspicio del viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani affinche' si lavori per una grande infrastruttura che doti il Paese di una rete in banda larga e larghissima, "corretto dal punto di vista politico", anche se i problemi che si pongono concretamente vanno superati attraverso la sperimentazione che Telecom Italia sta portando avanti. E' in sintesi quanto affermato dall'amministratore delegato della societa' telefonica, Franco Bernabe' a margine del convegno su Guglielmo Marconi. Bernabe' ha ricordato che "i programmi di Telecom Italia stanno andando avanti" e che la societa' investe tra il 2009 e il 2011 7 mld proprio per dotare il Paese delle necessarie infrastrutture. "Da parte nostra -ha sottolineato l'ad- non ci sono indicazioni di ritardi o impedimenti, noi vogliamo accelerare la dotazione di banda per l'insieme della popolazione". Cio' detto, "dal punto di vista delle soluzioni concrete ci sono una serie di problemi, va fatta una sperimentazione di varie soluzioni: nei prossimi mesi abbiamo deciso di sperimentare varie formule per avere un indirizzo piu' preciso sulla strada da percorrere". Senza dimenticare, ha precisato Bernabe', "l'aspetto regolatorio: e' in corso una riflessione anche con l'autorita' per le comunicazioni perche' si trovino soluzioni per incentivare gli investimenti nella banda ultra larga".
05 dicembre, 2009
CON LA MANCIA DEGLI EVASORI FISCALI..............
LA CRISI LA PAGHIAMO NOI !!!!!!! CON IL TFR
alcune vittime: 3 miliardi di accantonamenti
di Tfr fatti dalle aziende
con più di 50 dipendenti passano dall’Inps al Tesoro e copriranno in
parte il Patto per la salute
LA REPUBBLICA PAG 34 DEL 4-12-09
ARTICOLO DI ROBERTO PETRINI
Anche sul quotidiano in edicola oggi viene riconfermata la notizia
E SULLA VERSIONE ONLINE QUA

