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05 aprile, 2012

Dossier Telecom sullo scorporo della rete

Telecom Italia torna a "ragionare" su un possibile spinoff della rete di accesso, il suo asset più importante valutato fino 15 miliardi di euro. Coinvolgendo, eventualmente, anche partner pubblici come la Cassa Depositi e Prestiti. Un nuovo "Piano Rovati", sussurra qualcuno. Gli obiettivi: raccogliere almeno 4 miliardi di euro per dare un'ulteriore sforbiciata al debito ma anche per costruire l'internet superveloce, portando la fibra dagli armadi telefonici fino alle case, un vero switch off dal rame.
A confermare questa ipotesi di lavoro c'è un documento riservato che il Sole 24 Ore ha potuto visionare (intitolato, appunto, «Ipotesi di costituzione di un operatore di accesso wholesale su rete fissa», abbreviato Opac). Carte che entrano nel dettaglio. Come a pagina 16, dove si descrive il «possibile percorso societario» che il nuovo veicolo potrebbe avere. Tre gli scenari prospettati. Il primo: «Scorporo e conferimento del ramo d'azienda» attraverso la creazione di una società interamente controllata da Telecom. Il secondo scenario: «Scissione proporzionale», che prevederebbe un percorso più lento e la costituzione di un veicolo con lo stesso identico azionariato del gruppo. Terza ipotesi, la più impegnativa: «Cessione (e non solo conferimento, ndr) del ramo d'azienda «ad altra società, newco o esistente, di cui Telecom Italia può eventualmente acquisire una quota post-cessione». Una quota, stando a queste carte, non la maggioranza. Con quale convenienza? L'operazione «(...) comporterebbe l'opportunità/necessità di attribuire quota parte del debito di Telecom Italia alla newco».
A quanto si apprende il socio forte sul quale Telecom starebbe puntando è la Cdp di Franco Bassanini, quindi il Tesoro. Che tradotto significherebbe, nell'eventualità di realizzazione di questo piano, una sorta di parziale ri-nazionalizzazione del network. E così la Cdp diventerebbe socio della newco con un aumento di capitale, come si diceva, di almeno 4 miliardi euro. La remunerazione non sarebbe immediata, ma si parla di una delle infrastrutture più importanti per il futuro del Paese, "imposte" tra l'altro dall'Agenda digitale europea. Una rete capace di garantire un'ottima generazione di cassa, soprattutto nell'ottica di convergenza tra i broadcaster televisivi e gli operatori telefonici.

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Oppure scarica il documento Riservato (?) dal blog di Daniele Lepido

21 marzo, 2012

Telecom, inchiesta per truffa su sim card Indagati l'ad Patuano e dirigenti

I pm Carducci e Cajani della procura di Milano stanno indagando su un centinaio di dipendenti per associazione per delinquere, ricettazione e falso legate agli "ingiusti profitti" per 231 milioni di euro realizzati dalla società nel 2008.

MILANO - Telecom Italia è indagata dalla procura di Milano in virtù della legge 231 sulla responsabilità degli enti, nell'ambito di una inchiesta su una presunta truffa relativa alle sim card. Un avviso di garanzia è stato recapitato anche a Marco Patuano, amministratore delegato della società, in quanto suo legale rappresentante.

I reati su cui sta indagando la procura di Milano, nell'ambito dell'inchiesta su un centinaio di dipendenti di Telecom Italia per irregolarità nella gestione delle sim card, sono associazione per delinquere, ricettazione e falso. Nel dettaglio, gli iscritti nel registro degli indagati sono 99, di cui 12 manager del gruppo di tlc. Dalle indagini, coordinate dai pm di Milano Massimiliano Carducci e Francesco Cajani, sarebbe emerso che la società ha tratto un ingiusto profitto nel 2008 di circa 231 milioni di euro

L'avviso di garanzia a Patuano appare un atto dovuto in quanto come amministratore delegato della società ne è il rappresentante legale, ma i fatti su cui sta indagando la procura risalgono, a quanto appreso, a prima della sua nomina al vertice del gruppo di telecomunicazioni.

Secondo quanto ricostruito dalla procura, lo scopo della macchinazione operata dagli indagati era l'attivazione di schede telefoniche al fine di ricevere maggiori incentivi, in quanto più sim card venivano attivate più i bonus per i dipendenti Telecom erano elevati. Le schede venivano attivate intestandole a persone inesistenti (con la conseguente falsificazione di documenti) o a persone ignare.

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Secondo quanto ricostruito dalla procura, lo scopo della macchinazione operata dagli indagati era l'attivazione di schede telefoniche al fine di ricevere maggiori incentivi, in quanto più sim card venivano attivate più i bonus per i dipendenti Telecom erano elevati. Le schede venivano attivate intestandole a persone inesistenti (con la conseguente falsificazione di documenti) o a persone ignare.



Abbiamo sempre ferocemente avversato la politica dei bonus incentivanti, in ogni piccolo reparto si sono realizzate pratiche poco chiare per raggiungere gli "obiettivi", il sindacato ha sempre denunciato questa logica sia a livello nazionale che a livello locale

12 febbraio, 2012

Articolo 18, la bufala di Repubblica

Titolo a tutta pagina in prima sull'accordo tra Monti e Camusso per sterilizzare l'art. 18. Ma è una notizia falsa, smentiscono Palazzo Chigi e Corso d'Italia: non c'è stato nessun incontro e non c'è nessun accordo DI ENRICO GALANTINI

Una strada larga, l’aveva definita il ministro Fornero, parlando del possibile accordo tra governo e parti sociali sul mercato del lavoro. Una strada che qualcuno vuole chiudere, evidentemente. Il titolo a tutta pagina della Repubblica di oggi “Articolo 18, pronto l’accordo”, con la notizia-bomba del sì del segretario generale della Cgil a una revisione, pur parziale, della norma sui licenziamenti contenuta nello Statuto dei lavoratori, un sì espresso in un faccia a faccia segreto con il presidente del Consiglio prima che questi partisse per gli Stati Uniti, era in effetti una bomba, uno scoop. Peccato che fosse una bomba falsa, non uno scoop ma una bufala.

Un comunicato congiunto della presidenza del Consiglio e della Cgil spiega infatti che “In relazione all'articolo pubblicato oggi dal quotidiano la Repubblica, Palazzo Chigi e la Cgil rendono noto che nei giorni scorsi non vi è stato nessun incontro, né colloquio tra il presidente del Consiglio Mario Monti e il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso”. Precisando poi, nello stesso comunicato, che “peraltro, se tale incontro fosse avvenuto, non sarebbe stato il primo faccia a faccia. Susanna Camusso e Mario Monti si erano infatti già incontrati nel novembre scorso al momento della formazione del nuovo governo”.

Al quotidiano romano, che insiste nel confermare le sue indiscrezioni sull'incontro segreto, la Cgil risponde anche, con durezza, sui social network. Su Facebook, due note a firma della Cgil nazionale commentano così lo scoop-bufala. La prima: “La notizia data da Repubblica di un incontro segreto tra Camusso e Monti è assolutamente infondata. È anzi una grave invenzione. Le nostre posizioni sull’articolo 18 sono note e stranote. Sembra quasi che qualcuno voglia far saltare il confronto. Con Repubblica si ripetono ormai gli incidenti ma perché scendere a queste bassezze e dire il falso?”. La seconda: “Prima due fondi di Scalfari. Oggi una notizia assolutamente falsa in apertura. Ma chi vuole forzare la mano? Noi, la Cgil, non subiremo pressioni improprie. Il paese attraversa un momento molto difficile, così come il compito di Monti lo è. Ma non diremo sì a tutti i provvedimenti a prescindere dalle nostre idee. È anzi arrivato il momento di imporre la crescita in Italia e cambiare le politiche in Europa. Monti è d'accordo?”

Repubblica, giornale che osteggiava e stigmatizzava il comportamento dei giornali filogorvernativi berlusconiani, adesso si scopre giornale (?) identico a quelle testate, questo è solo l'ultimo degli incidenti, vorremmo sapere il motivo per cui si è fatta una parziale menzione delle cose denunciate dal Fatto e poi ripreso dai giornali di tutto il mondo sul documento vaticano. Forse vedono il modello che si erano prefissi di controllo del paese farsi più lontano? Forse Scalfari & co. hanno paura che le verità possano finalmente far riflettere autonomamente i cittadini?(specialmente gli elettori del PD di sinitra)
Un comportamento simile è da accomunare ai vari: Sallusti, Belpietro, Porro, Polito, Sechi, De Bartoli. ma fateci il piacere


DI COSA SI PARLA


Articolo 18 Legge 300 del 20 maggio 1970 "Statuto dei lavoratori"

Lo statuto dei lavoratori prevede che il giudice, con la sentenza con cui annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, può ordinare al datore di lavoro, che occupa alle sue dipendenze più di quindici lavoratori, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.



TESTO DELLA LEGGE

Articolo 18 legge 20 maggio 1970 n.300. (Reintegrazione nel posto di lavoro).

Ferma restando l'esperibilità delle procedure previste dall'art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'art. 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l'invalidità a norma del comma precedente.
In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all'art. 2121 del codice civile.
Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione.
Se il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'art. 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L'ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata.
Si applicano le disposizioni dell'art. 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'art. 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo camma ovvero all'ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

22 dicembre, 2011

Telecom: interrogazione parlamentare Pd su rapporto Deloitte

A Governo e Consob: chiarire i fatti illeciti del 2001-2007
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 22 dic - I senatori del Pd, Luigi Zanda e Marco Filippi, hanno presentato ieri un'interrogazione parlamentare relativa a Telecom Italia, chiedendo al governo di intervenire sul tema delle "discutibili attivita' svolte nel periodo 2001-2007" dalla societa', "emerse in seguito a inchieste giudiziarie e a documentati servizi giornalistici". Zanda e Filippi chiedono se il governo e' a conoscenza del contenuto del rapporto Deloitte-Progetto Greenfield, commissionato nel 2010 da Franco Bernabe' per fare chiarezza su eventuali aspetti
anomali verificatisi nella precedente gestione e, in caso contrario, se non ritenga di doverlo acquisire in tempi brevi e se e con quale tempistica il governo intenda
trasmetterlo alle Camere. Altra richiesta e' se Palazzo Chigi intenda sollecitare la Consob, "affinche' eserciti una azione nei confronti dell'attuale collegio sindacale della Telecom,

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12 dicembre, 2011

Manovra: due deputati Pd, senza modifiche votiamo no

Stefano Esposito e Antonio Boccuzzi, deputati del Pd, annunciano che senza le modifiche alla manovra sull'indicizzazione delle pensioni più basse e sui pensionamenti per la classe '52-'53, loro voteranno no. "Abbiamo partecipato al presidio organizzato da Cgil, Cisl e Uil, per ribadire la nostra vicinanza ai lavoratori e la nostra posizione critica rispetto ai contenuti di questa Manovra - affermano Boccuzzi ed Esposito -. Ci riconosciamo nella piattaforma sindacale unitaria che coincide in larga parte con le richieste e le proposte avanzate dal Pd. In occasione dell'ultimo sciopero generale indetto dalla Cgil avevamo auspicato che il sindacato tornasse ad essere unito per il bene del Paese: siamo lieti che oggi questa unità sia stata ritrovata. Attendiamo di leggere il maxi emendamento che il Governo presenterà, ma confermiamo che, in caso di mancato recepimento da parte dell'Esecutivo di alcune delle proposte avanzate (in particolare agganciare all'inflazione le pensioni inferiori ai 1.400 euro lordi e la rimodulazione dei requisiti per andare in pensione per le generazioni del '51-'53), nella nostra autonomia di parlamentari non voteremo la manovra".

Ricordiamoceli, queste due persone meritano RISPETTO

11 dicembre, 2011

Manovra, Cgil, Cisl e Uil confermano sciopero

I sindacati non cedono. Non sono bastate due ore di incontro con il presidente del Consiglio Mario Monti per cambiare la posizione. Confermate quindi tutte le iniziative di Cgil, Cisl e Uil contro la manovra. A cominciare dalle tre ore di sciopero di domani e i presidi fino ad ora programmati per protestare contro la manovra, definita un’opera “già compromessa”. Così i tre segretari hanno commentato a palazzo Chigi al termine dell’incontro “informale” con il premier. Susanna Camusso ha ribadito: “Abbiamo espresso le nostre posizioni, ma dal governo è arrivato solo un impegno generico a tener conto di quanto detto in questi giorni”. Molto delusi anche Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, che sono comparsi in sala stampa per pochi minuti, commentando laconicamente il colloquio con Monti. Di certo, ha detto Angeletti, il “risultato non è per nulla soddisfacente”.

il fatto quotidiano

05 dicembre, 2011

Il contributivo pro-rata metodo di calcolo per tutti

L'estensione del metodo contributivo nella forma pro rata rappresenta una svolta nel sistema previdenziale. "La pensione - ha spiegato il ministro Fornero - come risultato del lavoro". Dal 2012, dunque, le regole saranno uguali per tutti. Così anche chi all'epoca è stato "salvato" dalla riforma Dini, in quanto aveva almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre del 1995 (in sostanza chi aveva cominciato a versare i propri contributi dal 1978), avrà una parte del suo assegno pensionistico (quello relativo agli anni dal 2012 in poi) calcolato in base ai contributi versati.

Alle casse previdenziali privatizzate dei professionisti (che hanno regola autonome) il governo chiede la messa in sicurezza dei conti in una prospettiva medio lunga, altrimenti si applicherà anche a loro il metodo contributivo a partire, sempre, dal primo gennaio del 2012.

Ecco un bell'esempio di equita' loro previo messa in sicurezza dei conti continueranno a calcolare la pensione con i vecchi metodi

Il governo punta all'armonizzazione delle regole anche tra i diversi fondi dell'Inps che ancora godono di trattamenti particolari, da quello dell'energia a quello dei dirigenti d'azienda.
La riforma andrà a regime nel 2035, da quell'anno le pensioni saranno calcolate totalmente con il metodo contributivo.

Dal 2012 gli uomini potranno lasciare il lavoro con 42 anni e un mese di versamenti indipendentemente dall'età, le donne, invece, con 41 anni e un mese. Tuttavia chi entro il 31 dicembre di quest'anno maturerà i requisiti per il pensionamento d'anzianità (per esempio 40 anni indipendentemente dall'età anagrafica) potrà lasciare il lavoro senza penalizzazioni. Le penalizzazioni scatteranno dal 2012 e si tradurranno in un 2 per cento in meno nel trattamento per ogni anno di anticipo rispetto all'età minima (62 per le donne e 66 per gli uomini). Restano in vigore le norme sulle aspettative di vita che, dal 2013, allungano l'età di tre mesi


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Pensioni, cosa cambia / scheda

Addio ai trattamenti di anzianità contributiva. Uscita anticipata solo con almeno 42 anni di versamenti. Penalizzazioni per chi si ritirerà col minimo

Contributivo per tutti, aumento dell'età di vecchiaia per le donne del settore privato, abolizione delle finestre mobili, aliquote più alte per autonomi. Ma, soprattutto, una vera e propria stangata sulle pensioni di anzianità. Ecco le principali misure sulla previdenza contenute nella manovra del governo Monti. Pesa (le lacrime del ministro Elsa Fornero la dicono lunga) il blocco della rivalutazione delle pensioni rispetto all'inflazione per i prossimi due anni, con la sola esclusione dei trattamenti minimi.

STANGATA SULL'ANZIANITA'. Abolite le quote (età più contributi) e per i dipendenti dal 2012 sarà possibile uscire dal lavoro in anticipo rispetto all'età di vecchiaia solo con almeno 41 anni di contributi per le donne e 42 per gli uomini. Al momento gli anni di lavoro necessari per andare in pensione indipendentemente dall'età anagrafica erano 41 per uomini e donne (40 più la finestra mobile). Per gli autonomi si andrà in pensione prima dell'età di vecchiaia con 41 anni e mezzo di contributi per le donne e 42 e mezzo per gli uomini. Sparisce il termine anzianità, si chiamerà pensione anticipata.

CONTRIBUTIVO PER TUTTI. Esteso a tutti il metodo contributivo pro rata, anche quindi a coloro che avendo cominciato a versare contributi prima del 1978 avevano mantenuto il più generoso metodo retributivo. Per questi lavoratori il nuovo meccanismo varrà dal 2012 quindi gli anni di lavoro fino al 2011 saranno calcolati con il retributivo.

BLOCCO DELLA RIVALUTAZIONE. Le pensioni in essere saranno congelate per il 2012 e il 2013 rispetto all'inflazione. Saranno salve solo quelle fino al minimo (467,42 euro). Nel comunicato ufficiale e nei testi diffusi ieri si parla di indicizzazione totale solo per i trattamenti minimi e dimezzata per quelli doppi.

ADDIO ALLA FINESTRA MOBILE. Scompare lo slittamento di 12 mesi per i dipendenti e 18 per gli autonomi previsto dalla manovra 2010 che, a partire dal 2011, allungava di fatto i tempi per l'accesso al pensionamento. Il periodo sarà assorbito nei requisiti che per la vecchiaia degli uomini dipendenti saranno dall'anno prossimo quindi pari a 66 anni (65 anni attuali più 12 mesi di finestra). Gli autonomi andranno in pensione a 66 anni e mezzo (andavano a 65 ma a questi si aggiungevano 18mesi di attesa di finestra mobile).

AUMENTO ETA' DONNE. Si accelera sull'aumento dell'età di vecchiaia delle donne dipendenti del settore privato. Dal 2012 andranno in pensione a 62 anni mentre entro il 2018 saranno a quota 66 come gli uomini e le donne del settore pubblico (a 66 anni dal 2012). Lo scalino tra 2011 e 2012 sarà quindi di due anni dato che quest'anno le donne dipendenti del settore privato uscivano a 60 anni più 12 mesi di finestra mobile (quindi a 61).

FASCIA FLESSIBILE PER PENSIONAMENTO. Per le donne sarà prevista una fascia flessibile per il pensionamento tra i 63 e i 70 anni mentre per gli uomini sarà tra i 66 e i 70. Ci saranno vantaggi per chi esce più tardi e penalizzazioni per chi esce dal lavoro prima.

AUMENTO ALIQUOTE AUTONOMI. Previsto un aumento delle aliquote contributive degli autonomi di 0,3 punti ogni anno per arrivare a due punti in più nel 2018 (adesso sono al 20–21 per cento per i commercianti e gli artigiani a fronte del 33 per cento dei dipendenti).

RASSEGNA.IT

01 dicembre, 2011

Fiat: impegno governo blocco requisiti pensione esuberi Termini

Ci sarebbe un impegno del Governo, e in particolare del ministro del Welfare, Elsa Fornero, per il congelamento dei requisiti di pensionamento per i 640 lavoratori dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, per i quali è prevista la mobilità incentivata dopo un periodo di cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività. È quanto riferiscono fonti sindacali presenti al tavolo di confronto ancora in corso al ministero dello Sviluppo economico. La garanzia, arrivata direttamente dal ministro Fornero, potrebbe dunque sbloccare una trattativa che si è complicata nelle ultime ore. I 640 dipendenti Fiat di Termini potrebbero così andare in pensione secondo il piano concordato dalle parti e con gli attuali requisiti di uscita dal lavoro.
RASSEGNA.IT

Anche i 4000 dipendenti di TELECOM ITALIA mobilitati ed in uscita prossimamente avrebbero bisogno di un impegno del governo a salvaguardia degli accordi sottoscritti, e non rispettati da Sacconi & co

21 novembre, 2011

Interessante fondo di Travaglio

Checché se ne dica, in questo Parlamento Monti ha più nemici che amici. Anche nei partiti che ora gli sorridono e lo incensano. Perchè il Parlamento è lo stesso che fino a due settimane fa votava la fiducia al governo B. E addirittura approvava a gran maggioranza (614 deputati e 151 senatori) il via libera al conflitto di attribuzioni contro il Tribunale di Milano che pretende di processare B. per il caso Ruby, con la credibilissima motivazione che B. telefonò in questura perché credeva Ruby la nipote di Mubarak. È a questa maggioranza che Monti e i suoi ministri dovranno chiedere il voto per le loro misure “lacrime e sangue”. E, a ogni giorno che passa di qui alle elezioni, siano esse anticipate nel 2012 o regolari nel 2013, quel voto si farà più difficile e improbabile.

Del resto non si vede perchè B. (senza il quale il governo Monti non sarebbe mai nato) dovrebbe mettere la faccia e il voto su riforme che, giuste o sbagliate che siano, non ha mai varato in 17 anni di carriera politica, per giunta in piena campagna elettorale. Basta leggere i suoi house organ e le sue tv, che non vanno neppure a far pipì senza il suo avallo, per capire che lui finge di sostenere il governo Monti (per salvare le sue aziende precipitate in Borsa e per non apparire lo sfasciacarrozze che è sempre stato), ma in realtà è già stabilmente e ferocemente all’opposizione. Attende solo l’occasione del primo provvedimento impopolare per scatenare la piazza, anche per non regalare milioni di scontenti alla Lega.

Dall’altra c’è un Pd sempre più diviso, che oggi magnifica il governo di larga Intesa, ma domani dovrà fare i conti con la Cgil, la Fiom e i milioni di lavoratori da esse rappresentati, davvero poco inclini a pagare il conto di una crisi che non hanno provocato, ma solo subìto. Di Pietro, con la sua fiducia condizionata, e Vendola, che ha la fortuna di star fuori dal Parlamento, sono pronti ad approfittarne. E poi c’è l’aspetto mediatico, fondamentale in un Paese in cui i media sono quelli che sono. Se la grande stampa, per ora, scioglie inni e ditirambi al governissimo che fa benissimo, le tv sono sotto il controllo pieno e incondizionato di B. Che, grazie alle sue tv, ai suoi Vespa, Minzolingua e Ferrara, farà di tutto per ascriversi gli eventuali meriti del governo tecnico e per scaricare le misure impopolari sulle solite sinistre affamatrici e vampiresche. Per questo B. è maestro nel fare lo gnorri, nell’atteggiarsi a vittima e nel rigirare frittate: riesce a fingersi all’opposizione anche quando governa (la guerra in Libia l’ha approvata la sua maggioranza, ma agli occhi della gente è parsa una robaccia della sinistra cattiva e dell’Europa cattivissima).

ARTICOLO INTEGRALE SUL FattoQuotidiano online

Battere il lavoro nero

In Italia il 17% della ricchezza prodotta evade il fisco, i contributi, i diritti: stiamo parlando di centinaia di miliardi l'anno e di più di tre milioni di lavoratori costretti ad avere salari da fame e condizioni di lavoro spesso terribili, come confermano da ultimo le tragedie di Nardò e di Barletta. .

Eppure c'è chi dipinge l'ampiezza del sommerso come simbolo di ricchezza non dichiarata o come ammortizzatore sociale. E c'è chi, peggio ancora, sottovaluta il problema o si arrende a considerarlo fisiologico.

Occorre rovesciare l'impostazione fin qui seguita, in cui invece che potenziarli i controlli e la sicurezza sono stati ridotti e occorre sancire che mettersi in regola è un obbligo e un vincolo di coesione sociale.

Non si tratta di casi isolati, ma di intere aree del paese e per recuperare risorse e diritti è necessario predisporre una mobilitazione contro il sommerso fondata su tre filoni:

1) Repressione mirata e finalizzata:
A) investendo e non tagliando le attività ispettive, per questo occorrono risorse e cancellare le norme che le hanno indebolite;
B) unificando le banche dati dei Ministeri, dell'Inps, dell'Inail, delle Agenzie delle Entrate e del territorio;
C) introducendo gli indici di congruità, ossia la misurazione dell'adeguatezza dell'occupazione impiegata a fronte del fatturato o del prodotto;
D) eliminando il ricorso al contante per transazioni a partire da €500, e obbligare l'erogazione delle retribuzioni esclusivamente con accredito bancario (a costo zero per i lavoratori);
E) offrendo agli immigrati irregolari la possibilità di regolarizzare la posizione indicando il caporale o il datore di lavoro che delinque, sanando le situazioni esistenti.


2) La Pubblica Amministrazione come garante di legalità:
A) concessioni in appalto solo ad imprese che siano in regola con il Durc, con l'applicazione dei contratti collettivi, le leggi sul lavoro, e che siano responsabili per l'intera catena del subappalto;
B) cancellazione dall'albo fornitori per ogni infrazione del punto precedente con recupero di ogni eventuale agevolazione concessa;

3) Sostegno alle regolarizzazioni: reprimere è decisivo ma non basta, serve anche una prospettiva di emersione. Per questo proponiamo piani territoriali di emersione che sostengano le imprese che volessero emergere:
A) sostegno nei rapporti con gli istituti di credito;
B) formazione ai datori di lavoro e ai lavoratori;
C) sostegni per le misure sulla sicurezza del lavoro e l'inclusione dei lavoratori immigrati;
D) consulenza per la commercializzazione dei prodotti e rapporti con i committenti;
E) agevolazioni sull'Irap e accesso immediato alle tutele per i lavoratori.



Combattere il nero si può, si tratta di volontà politica. Legalmente significa recuperare risorse e estendere i diritti: ne vale la pena

24 ottobre, 2011

“Pensione a 67 anni? La bomba previdenziale scoppierà comunque in faccia ai precari”

Walter Passerini, autore con Ignazio Marino del libro "Senza pensioni", racconta perché il provvedimento pensato da Berlusconi per il decreto sviluppo è tardivo e poco efficace. "I governi di centrodestra hanno fatto il gioco del cerino e intanto ci raccontavano favole". Se non si agevola l'ingresso al lavoro dei giovani e delle donne, una "generazione sprecata" è condannata a una vecchiaia di povertà
Nel suo libro descrive un futuro, neppure troppo lontano, in cui i giovani del lavoro nero e del precariato spinto compiranno 65 anni e da lì in poi sbarcheranno il lunario con l’assegno sociale, poco più di 300 euro al mese. Insomma, saranno tecnicamente poveri. E molti altri, che i contributi li avranno regolarmente versati, almeno in parte, rimedieranno pensioni neppure lontanamente paragonabili a quelle dei loro genitori. La povertà sarà uno spettro anche per loro a causa del passaggio dal sistema retributivo (pensione calcolata in base agli ultimi stipendi) al sistema contributivo (pensione legata ai contributi realmente versati durante la vita professionale), combinato con la crescente precarietà del lavoro e la mancanza di crescita economica.

Per questo Walter Passerini, autore insieme a Ignazio Marino di Senza Pensioni. Tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro e che nessuno osa raccontarvi (Chiarelettere 2011, 13,90 euro), accoglie con un certo sarcarsmo la proposta di Silvio Berlusconi sull’innalzamento da 65 a 67 anni dell’età pensionabile. “Doveva essere fatto almeno cinque anni fa, invece ci dicevano che andava tutto bene. Dopo tutte le favole che ci hanno raccontato, ora scoprono che bisogna intervenire sulle pensioni”, ironizza Passerini, giornalista economico, fondatore di Corriere Lavoro nei primi anni Novanta e oggi responsabile di “Tuttolavoro”, inserto della Stampa.

“Certo che l’età per le pensioni di vecchiaia va alzata, anche per ragioni demografiche”, continua Passerini, “ma attraverso un processo graduale. Bisogna però mettersi in testa che con le pensioni non si può fare cassa per tamponare il debito pubblico. Quello che è accaduto alle donne dipendenti del pubblico impiego, che con la manovra estiva hanno visto l’età pensionabile alzarsi da un giorno all’altro da 60 a 65 anni, è vergognoso”.

Il colpo che Berlusconi intende sfoderare davanti ai partner europei, insomma, ha le polveri bagnate. Un provvedimento da un lato tardivo e dall’altro incompleto, a maggior ragione se l’intento è innescare sviluppo economico. “In Italia, il dibattito politico sulle pensioni si concentra sempre sulle uscite, mai sulle entrate”. Maggiori risorse possono essere raccolte “colpendo l’evasione contributiva”, ma ancora di più “agevolando l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne”. Se no, dice ancora Passerini, “continuiamo a tappare i buchi, ma non mettiamo più acqua nella vasca. E non usciamo dal paradosso che oggi a pagare le pensioni di chi ha smesso di lavorare sono i precari e gli immigrati”.

Rischiano, e molto, anche le pensioni di anzianità, legate agli anni di contributi versati (e anche queste già ampiamente riformate negli ultimi anni). Sono una particolarità italiana rispetto all’Europa, ma attenzione, ricorda Passerini, “riguardano persone che hanno inziato a lavorare a quindici anni, magari con lunghi periodi di nero, che oggi diventano il capro espiatorio dell’irresponsabilità di un’intera classe politica”.

Irresponsabilità politica, altro tema ricorrente nel libro di Passerini e Marino (quest’ultimo giornalista di Italia Oggi specializzato in previdenza). “Mentre i governi di centrosinistra hanno fatto interventi seri, penso soprattutto alla riforma Dini del 1995″, spiega Passerini, “quelli di centrodestra hanno spostato il cerino sempre più in là, hanno nascosto la polvere sotto il tappeto. Il problema è che chi tocca le pensioni perde consenso. Ma credo che ormai questo governo non abbia la credibilità per fare una riforma vera”. Intanto la “bomba previdenziale” resta innescata, e in mancanza di interventi strutturali seri scoppierà in faccia a quella che in Senza Pensioni è definita “una generazione di sprecati”.

IL FATTO QUOTIDIANO.IT

17 ottobre, 2011

Grecia, il governo a caccia di risorse pubblica le liste degli evasori fiscali


Il ministro delle finanze annuncia il primo elenco, mentre il governo si prepara ad affrontare una settimana cruciale. Ecco il piano lacrime e sangue che in settimana arriverà in Parllamento: nuovi tagli a stipendi, posti di lavoro, contratti, pensioni e agevolazioni fiscali

ATENE - Il governo greco prova di tutto per tentare di risanare la dissestata situazione delle finanze pubbliche, anche incrementando con misure eclatanti la caccia agli evasori. Oggi il ministro delle Finanze, Evangelos Venizelos, ha annunciato in Parlamento che molto presto saranno rese note tre liste con i nomi di evasori fiscali.
Il primo elenco sarà pubblicato domani, martedì, e comprende i nomi di coloro che devono allo Stato somme superiori a un milione di euro. Nei prossimi giorni invece sarà resa nota la lista con i nomi di coloro che devono più di 150mila euro e seguirà la lista con i nomi di coloro che, nel corso del 2009, hanno depositato in conti presso banche all'estero capitali superiori ai 150mila euro, denaro che non possono giustificare come reddito.
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12 ottobre, 2011

Banda larga, svaniscono 800 milioni sempre più lontana la nuova rete

Si materializza quello che gli utenti internet e gli operatori telefonici temevano: nella nuova bozza della legge di Stabilità 1, il governo toglie 770 milioni di euro alla banda larga. Secondo la precedente versione del testo, infatti, doveva andare alle telecomunicazioni il 50 per cento del surplus dell'asta frequenze 4G (finita a 3,9 milioni di euro, contro una base di 2,4 miliardi). La nuova bozza invece destina questi soldi al fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato e all'istruzione.

In particolare, nella bozza si legge che "eventuali maggiori entrate accertate rispetto alla stima di cui al presente comma sono riassegnate per il 50% al fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato e per il 50% ad incremento della dotazione del fondo di cui all'articolo 7-quinquies, comma 1, del decreto-legge 10 febbraio 2009, n.5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n.33''.

Il ministero dello Sviluppo economico avrebbe avuto il compito di gestire quei 770 milioni e aveva già alcune idee a riguardo, ma contrastanti rispetto ai desideri di alcuni operatori e dell'Autorità garante delle comunicazioni (Agcom). Il ministro Paolo Romani continuava ad accarezzare l'idea, infatti, di destinare quei soldi al proprio piano nazionale a banda larghissima (fibra ottica nelle case), il quale però aveva già ricevuto la bocciatura di Telecom Italia e Fastweb. Senza il loro supporto (di Telecom, in particolare, proprietaria dell'attuale rete) era impensabile realizzare il progetto Romani, che appunto doveva basarsi su una nascitura società pubblico-privata ("Fiberco") frutto della collaborazione di tutti i principali operatori.

Un altro colpo al piano Romani è venuto nei giorni scorsi: la milanese Metroweb 2 intende esportare in altre città l'esperienza di Milano, portando fibra nelle case. A cominciare da Bergamo, Brescia, Genova e Piacenza, facendo accordi con le utilities locali. L'idea è di creare una società per la fibra per ogni città (due all'anno), ottenendo i soldi dalle banche e da Cassa depositi e prestiti (fondi pubblici), il cui presidente Franco Bassanini già si è detto interessato all'iniziativa. Bassanini aveva dato l'ok in precedenza al piano Romani: anche per questo motivo il progetto Metroweb sembra adesso eclissarlo. Telecom Italia non parteciperebbe all'investimento ma collaborerebbe alla sperimentazione in quelle città.

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08 ottobre, 2011

Banda larga, affondo di Metroweb "La rete ultraveloce la facciamo noi"


ROMA - Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, voleva essere il padre dell'Internet super veloce in Italia come il premier Berlusconi del Ponte di Messina. Ma entrambi dovranno concentrarsi su altri sogni. Il piano di Romani per una banda larghissima conosce nel mare di Capri, è il caso di dire, il suo naufragio. Al convegno organizzato da "Betweeen" sull'isola dei Vip, ecco Telecom formalizzare il suo addio al tavolo di Romani. Questo tavolo puntava a creare una società mista - al suo interno lo Stato e gli operatori di telefonia - che avrebbe costruito "in esclusiva" la preziosa infrastruttura. "Una cosa fuori tempo e fuori luogo", sentenzia ora il presidente di Telecom Franco Bernabè, "ci alziamo per sempre da un tavolo dove tutti litigano". Un posto che ricorda la vecchia "Iritel", i telefoni di Stato, il medioevo dell'economia.

Con singolare tempismo, morto un piano ne nasce un altro. A Capri, prende la parola anche Vito Gamberale, amministratore delegato di F2i (sigla che sta per Fondi italiani per Infrastrutture). Una corazzata finanziaria. La F2i ha in pancia un gioiellino: si chiama Metroweb ed è la società proprietaria di una rete di cavi lunga 7.000 chilometri tra Milano e la Lombardia. Cavi tutti in fibra ottica di quelli che assicurano alle famiglie connessioni Internet degne di un Paese civile. Dice Gamberale: "Possiamo replicare in tutta Italia quello che abbiamo già fatto, e bene, a Milano e in Lombardia". La rete ultra veloce, insomma, "la
facciamo noi". Vito Gamberale assicura che tutte le società di telecomunicazioni saranno coinvolte nel progetto, mentre lo Stato verrebbe frenato nel tentativo di realizzare una "rete pubblica" come poteva andare di moda 20 anni fa. Insomma. Gamberale prova a mandare questo messaggio: no al Piano Romani - vecchio e statalista - e via libera a un progetto che metta in prima linea risorse, energie private. Gamberale è sincero, ma solo in parte. A guardar bene, anche il suo progetto camminerà grazie a qualche soldo pubblico. La Cassa Depositi e Prestiti - controllata da Tesoro - è sponsor della F2i di Gamberale. E la F2i ha pur sempre in tasca 150 milioni di capitali pubblici (pari all'8,1% delle sue disponibilità).
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04 ottobre, 2011

Via alla riscossione delle tasse Famiglie nei guai. Salvi i grandi evasori

Il governo accelera sulla riscossione delle imposte. L'obiettivo è portare, nel 2012, la quota di evasione recuperata a 13 miliardi. Nel mirino c'è di tutto: dalle multe al bollo. Nessuna guerra totale al nullatenente con il Suv
Uno spettro s’aggira per l’Italia. É quello delle nuove procedure di riscossione che il governo ha garantito all’Agenzia delle entrate e quest’ultima a Equitalia, il suo braccio armato. L’obiettivo, spiegano fonti interne, è portare nel 2012 la quota di evasione recuperata a 13 miliardi di euro (quest’anno dovrebbero essere poco più di 11 miliardi). Già questo obiettivo, peraltro, è puramente numerico: nei miliardi recuperati di cui si parla – solamente il 10,4 per cento dell’evasione “scoperta” – rientra di tutto, dalle multe al bollo del motorino fino alle procedure conciliative con maxi-sconto.

Insomma, non è proprio la guerra totale al nullatenente in Suv di cui si nutre l’immaginario collettivo. In ogni caso, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha bisogno di soldi per il pareggio di bilancio e tutto fa brodo per aumentare gli incassi di Equitalia, anche i metodi vessatori: ci sono voluti tre interventi legislativi infatti – dalla manovra estiva del 2010 a quella di luglio scorso – ma alla fine il Tesoro è riuscito a mettere in mano ai suoi agenti riscossori una pistola carica. E pazienza se ci sarà qualche vittima.

Fino al 1 ottobre, cioè sabato scorso, la procedura di recupero era la seguente: in caso di mancato pagamento, l’Agenzia delle entrate preparava la cartella esattoriale, poi passava la pratica a Equitalia che notificava l’inizio della fase esecutiva al contribuente, il quale aveva 60 giorni per pagare o fare ricorso. Tempo medio della procedura: 15-18 mesi al netto dei ricorsi. Ora si passa al cosiddetto “accertamento esecutivo”, che velocizza tutto l’iter: già con la cartella dell’Agenzia delle entrate – nota bene: anche se giace in qualche ufficio postale – partono i 60 giorni di tempo per il contribuente e, al 61esimo, la pratica è esecutiva. A quel punto Equitalia, grazie ad una modifica estiva, dovrà comunque sospendere tutto per 180 giorni. Il tempo medio dunque s’aggira attorno agli otto mesi.

Si trattasse solo di un iter più rapido, però, sarebbe benvenuto, solo che le novità non sono finite. Intanto se il contribuente decide di fare ricorso, dovrà comunque versare entro i famosi 60 giorni un terzo dell’importo contestato. .E poi esiste una larga possibilità per Equitalia di agire in via discrezionale e preventiva nel caso esistano “fondati motivi” di ritenere in pericolo “il positivo esito della riscossione”: dall’ipoteca sulla casa del presunto evasore, al pignoramento dei suoi conti correnti fino alla ganasce fiscali per i veicoli Curioso per uno Stato che ritarda di anni i pagamenti ai suoi fornitori o la restituzione dei crediti fiscali.

“Se questo fosse il trattamento che si riserva all’evasore totale sarebbe anche giusto, ma vale per tutti, anche per una piccola impresa che non riesce a pagare una rata per via della crisi o per uno che ha sbagliato a fare la dichiarazione dei redditi”, spiega al Fatto Antonio Iorio, avvocato tributarista, collaboratore del Sole 24 Ore ed ex direttore delle relazioni esterne proprio per l’Agenzia delle Entrate: “La prima cosa da fare, comunque, è migliorare la qualità degli accertamenti. Bisogna sempre ricordare, infatti, che oggi il 40 per cento circa delle contestazioni vengono poi annullate da un giudice: in questo modo c’è il rischio che l’obbligo di versare un terzo della cartella per avviare il ricorso diventi un onere improprio per le imprese. Pensi ad una piccola azienda accusata di aver evaso o comunque non versato al fisco 2 milioni di euro: deve pagarne in due mesi 700 mila solo per fare ricorso e se non lo fa rischia di vedersi ipotecare gli impianti o pignorare i conti correnti col risultato che le banche le chiudono il credito perché viene segnalata alla centrale rischi”.

Nel mirino, insomma, finiranno le Pmi, che già vivono un rapporto difficile con la pubblica amministrazione. E’ lecito dubitare che la pistola gentilmente fornita da Tremonti verrà usata con prudenza: è stata data proprio per sparare. Le pressioni dal Tesoro e dall’Agenzia delle Entrate, confermano fonti di Equitalia, sono tutte dirette al conseguimento degli obiettivi di budget. Tradotto: gli agenti riscossori dovranno portare a casa l’osso dei 13 miliardi e poco male se nel frattempo un altro pezzo di imprenditoria italiana sarà desertificato o si finirà in realtà per aumentare l’evasione. “I veri evasori – spiegano – non pagano quasi niente e mettono da parte una sorta di fondo rischi con cui poi chiudere una procedura di conciliazione col fisco: con gli sconti che strappano ci guadagnano lo stesso. E così anche chi paga pensa comincia a pensare che farlo sia da fessi”. La reazione dei cittadini – per ora sottotraccia – è di esasperazione: il tono dei commenti sul web, per dire, è lo stesso ad ogni latitudine, dal blog di Beppe Grillo ai siti del Sole, del Giornale o della Repubblica. Per capirci su cosa si rischia, in Sardegna – dove ci fu una sollevazione popolare contro Equitalia già ad aprile – vanno in esecuzione oltre 80mila cartelle: “C’è aria di rivolta”, titola un giornale dell’isola.

il fatto quotidiano.it

01 ottobre, 2011

IN PERICOLO 250 MILA CASSINTERATI Se il governo non rifinanzia i sussidi sarà retribuzione zero


di Salvatore Cannavò

Il governo si è sempre vantato di aver messo gli ammortizzatori sociali davanti a tutto.
Ma ora, con la fine dell’anno che si avvicina, sono tanti i lavoratori in regime di cassa integrazione ordinaria, straordinaria o in deroga che non sanno se i fondi per la proroga della loro situazione saranno o meno garantiti.
Per lo meno questo è il timore della Cgil che ha già lanciato l’allarme. “Con la fine dell’anno i finanziamenti finiscono” spiega Fulvio Fammoni della segreteria nazionale della Cgil.
“Serve una nuova proroga per la Cassa integrazione in deroga (Cigd)”, cioè quella supplementare rispetto alla Cassa integrazione ordinaria (Cigo) e alla cassa integrazione straordinaria, Cigs garantite per difficoltà temporanee o per ristrutturazioni e riorganizzazione produttiva in caso di crisi.
Dal 2009 la cassa integrazione in deroga è di fatto centralizzata e la sua proroga dipende dai decreti del governo. Esattamente quello che la Cgil chiede sia fatto.
Le persone coinvolte non sono poche. Dal bilancio Inps del 2010 risulta che lo scorso anno il numero complessivo di lavoratori coinvolti dai tre regimi di cassa integrazione è stato di 1.559.000 per un utilizzo medio di 2,3 mesi. Il costo complessivo è stato di 5,68 miliardi di euro – tra sussidio diretto e contributi figurativi ai dipendenti – in cui la parte del leone è stata della Cigs, con 2,53 miliardi, seguita dalla Cigo con 1,94 e poi dalla Cassa in deroga con 1,21 miliardi. Effetti tangibili di una crisi che, dal suo scoppio, è già costata in 35 mesi 3,1 miliardi di ore di cassa integrazione.
Ma se all’inizio era la Cigo a crescere di più, dal 2009 le risorse affluiscono soprattutto su Cigs e Cigd indicando chiaramente che non ci si aspetta un’inversione di tendenza nel breve periodo. Per il 2011, infatti, le ore complessive di cassa integrazione autorizzate ammontano a oltre 1 miliardo con un “tiraggio”, cioè un utilizzo effettivo da parte delle imprese di poco meno della metà.
La Cgil stima in circa 500 mila i lavoratori in Cassa integrazione di cui 380 mila in
deroga. Entro dicembre potrebbero essere tra i 150 e i 250 mila i lavoratori che vedono scadere i sussidi.

Articolo integrale sul FattoQuotidiano del 1 ottobre 2011 pag.9

09 settembre, 2011

Varese, platea Cisl critica Bonanni “Troppo morbido con il governo”

“Bonanni dì qualcosa da sindacalista”. Potrebbe essere riassunta così la critica rivolta questa mattina al segretario della Cisl Raffaele Bonanni, durante l’intervento di questa mattina al centro congressi Ville Ponti di Varese, nell’ambito del consiglio generale degli iscritti Cisl, allargato a tutti i direttivi di categoria. Il segretario della Cisl è stato interrotto ben due volte durante il suo discorso. Oltre ad essere stato criticato indirettamente dagli altri relatori, che hanno chiesto una linea più decisa sulla manovra e sulle politiche del governo Berlusconi, Bonanni è stato contestato frontalmente e in maniera vibrante da buona parte della folta platea (oltre trecento i tesserati presenti).

Bonanni è tornato anche sul tema dell’articolo 8: “Abbiamo ottenuto che i sindacati fossero veri sindacati, ovvero i tre più comparativamente rappresentativi”. Nelle scorse ore aveva detto che si è fatto troppo allarmismo sul tema, affermando che, anche se la legge lo consente, il sindacato non si sognerà mai di derogare al contratto nazionale per licenziare.

Il FATTO QUOTIDIANO Articolo integrale

05 settembre, 2011

La barzelletta del ministro e le vite parallele

Epifani e Sacconi Ex Social is Ti 23 09 08

Adesso si capiscono alcune cose che prima potevano sembrare incomprensibili comunque ad HAMMAMET c'è sempre posto